Come intervenire contro la crisi?

 

Una seria politica anticongiunturale di successo non può continuare attraverso scelte indipendenti delle banche centrali che continuano ad auto finanziare il sistema bancario, finendo con l’alimentare quella speculazione che è la causa prima della crisi attuale.
Questa scelta è stata imposta dalla gravissima crisi di liquidità , ma può e deve essere solo temporanea perché altrimenti la crisi continuerà ad aggravarsi..
Allora penso sia il caso di uscire dalle gabbie ideologiche ed abbandonando gli stereotipi, di cercare di utilizzare tutti gli strumenti di politica economica senza preconcetti.
Ad esempio lo spazio che a mio parere lo stato dovrebbe occupare nella dinamica dei prezzi al consumo è quello di stimolo alla concorrenza e di supporto alla domanda per motivi di carattere economico e giuridico.
L’enorme differenza tra i prezzi pagati ai produttori e quelli praticati ai consumatori non è un dato trascurabile in un’economia stressata dalla speculazione finanziaria e messa in crisi dalla carenza di investimenti.
Questo problema è trasversale nel senso che investe sia gli equilibri internazionali che quelli interni.
Infatti interi paesi concentrati su monoculture sono impoveriti dalle posizioni dominanti dei paesi che monopolizzano tecnologie e moneta forte.
Allo stesso modo è risaputo che le imprese agricole vendono sul mercato interno i prodotti a prezzi ridotti di molte volte rispetto al prezzo pagato dai consumatori.
Questo problema è presente in varie forme anche nel mercato dei beni industriali,soprattutto quelli più tradizionali, con meno tecnologia, e va di pari passo con la polverizzazione della distribuzione.
L’e-commerce può essere una risposta dal punto di vista dei consumatori, ma funziona male per i beni deperibili , così come per quelli di un certo valore.
Il margine di cui si appropriano nella distribuzione i commercianti è a volte notevole anche nel settore dei servizi, a partire da quelli bancari , fino a quelli assicurativi.
Considerando che nell’ambito degli obblighi cui qualsiasi governo deve adempiere c’è quello di promuovere la produzione e la distribuzione della ricchezza , la Repubblica deve occuparsi dei cittadini, soggetto debole nel mercato in cui sono obbligati ad acquistare i servizi ed i beni dai privati, vuoi per soddisfare bisogni vitali che per adempiere ai propri doveri; infatti in quelle che sono attività di consumo indispensabili per vivere e per lavorare è difficile rinunciare ad un intervento regolatore dello stato senza avere una fiducia estrema nel mercato che tutto regola grazie al benefico effetto della concorrenza.
Ecco quindi che la fiducia nel mercato può essere fuori luogo se non funzionano i meccanismi della concorrenza, perché il sacrosanto egoismo degi imprenditori è benefico solo se altri imprenditori fanno concorrenza a chi aumenta i prezzi, Allora, alla luce del fatto che nessun governo, da Diocleziano in poi è mai riuscito ad imporre i prezzi bloccati ai commercianti, forse sarebbe il caso di ipotizzare un intervento dello stato in chiave di supplenza, quando le relazioni tra gli imprenditori diventano da competitive a collaborative , per sostenere i prezzi da praticare alla clientela.
Situazioni in cui lo stato potrebbe intervenire direttamente , attraverso proprie attività sono diverse: dalla distribuzione al dettaglio di prodotti agricoli nei mercati, alla calmierazione dei prezzi dei carburanti attraverso la riduzione dei prezzi della propria azienda.

Infatti Se non è pensabile un intervento regolatore , allora si deve ipotizzare un intervento attivo di enti pubblici nella distribuzione e nell’allocazione di beni e servizi, dal settore agricolo a quello dei servizi assicurativi non previdenziali; mi riferisco ad esempio alla distribuzione e alla vendita di prodotti agricoli stagionali su tutto il territorio, per diminuire l’effetto delle speculazioni al ribasso verso i produttori, nonché ad un intervento nel settore RC Auto per consentire tariffe minime a chi acquista auto nuove e ai neo patentati.
Credo che i margini oggi siano tali da consentire una gestione vantaggiosa anche per lo stato imprenditore, interventi che non richiedendo investimenti particolari in infrastrutture e capitale fisso, potrebbero anche essere transitori.
Comunque un ruolo attivo dello stato in economia per supportare un miglior funzionamento del mercato è ipotizzabile solo sui mercati in cui la speculazione o i cartelli dei produttori generano extraprofitti elevati, a condizione che siano prevalenti il fattore lavoro e che le attività economiche vengano affidate ad enti slegati da logiche partitiche e clientelari.

LODE DEL SENNO DI POI

Credo che l’esperienza recente dimostri come la paura della crisi non scacci la crisi oggi come ieri:

così come le politiche restrittive del credito del governo francese degli anni 30 hanno finito coll’aggravare la crisi di quegli anni  prolungando la recessione, oggi le politiche di rigore finanziario imposte dalle istituzioni internazionali  stanno aggravando la crisi nei paesi più indebitati aderenti all’euro, in una spirale che li sta facendo uscire rapidamente dal circuito dei paesi avanzati.

Voglio considerare allora  cosa sarebbe accaduto nell’Unione Europea se , invece di avere una politica monetaria degna di una nazione già consolidata, avessimo un margine di flessibilità nell’emettere moneta e la possibilità di applicare tassi d’interesse anch’essi variabili in ciascun paese : avremmo sicuramente la maggior parte dei paesi che cercherebbero di trarre sempre il massimo vantaggio dalla situazione. Tuttavia se dessimo alla Banca Centrale Europea la possibilità di allargare  o restringere la discrezionalità in politica monetaria ad ogni paese in considerazione della congiuntura, forse riusciremmo ad avere risposte più rapide e più flessibili alle crisi.

Io penso che se si uscisse dalla logica centralistica per entrare in quella di un’autonomia cooperante delle Banche Centrali indirizzata dalla BCE ,  potremmo coinvolgere maggiormente i paesi che non hanno ancora scelto l’Euro e spingerli finalmente a farlo.

Un coordinamento meno centralistico va nel senso dell’adattamento alle esigenze locali, scelta del tutto necessaria in un contesto di sistemi economici fortemente differenziati per tipologia di sviluppo industriale e finanziario, nonché per modelli sociali e culturali.

 

rimborsi elettorali

Il mio parere sul finanziamento ai partiti è presto detto:
io sono convinto che tutti i partiti debbano avere lo stesso spazio sui medi in campagna elettorale e quindi sono favorevole al finanziamento delle spese della campagna elettorale per elementari motivi di imparzialità:
non finanziare nessuno significa favorire chi è finanziato da una lobby, magari anche mafiosa.
Il problema sul piano concettuale non è di difficile soluzione; basterebbe dare a tutti un massimo di esposizione su ogni categoria di media e stabilire un rimborso diretto per le spese, senza cioè passare attraverso l’amministrazione dei pariti, ma facendo pagare al tesoro i canali privati utilizzati dai partiti durante le campagne elettorali. In questo contesto chi utilizzasse spazio propagandistico in più rispetto agli altri andrebbe sanzionato facendogli perdere il diritto al rimborso e , oltre un certo limite anche con l’oscuramento provvisorio del media. Naturalmente così si impedirebbero abusi e ruberie, almeno da parte dei partiti, e si darebbe più spazio al dibattito e meno al peso economico dei candidati.
Buonasera

Partesotti Michele

PROPOSTE

Assicurazioni RC con classe d’ingresso bassa per i veicoli di prima immatricolazione e per la prima auto

Stages e tirocinii sempre pagati per i giovani

Part time obbligatorio a salario pieno e blocco della carriera dopo i 55 anni

IVA sulle professioni e sugli artigiani riscossa direttamente dai comuni capoluogo di provincia

Quota obbligatoria d’investimento sui profitti , con abbattimento dell’imponibile

Divieto del doppio lavoro nel pubblico impiego

Sblocco delle assunzioni di medici, insegnanti, magistrati e alte professioni pubbliche.

Ristrutturazione delle politiche del personale nella difesa e nella pubblica sicurezza.

HITLER NON AVEVA RAGIONE

Hitler non aveva ragione

Si può sostenere che all’inizio degli anni 30 uno dei motivi principali che hanno spinto i tedeschi a votare in massa per i nazionalsocialisti, sostenuti dagli industriali,   sia stato quello di non pagare i debiti di guerra alla Francia ed alle altre potenze vincitrici.   

Oggi come allora chi non rimborsa ingenti debiti contratti con altri paesi si pone al di fuori della legalità internazionale, ed è giusto ricordarlo, perchè esistono invece altri paesi, non sempre valorizzati, che i debiti li hanno onorati sempre, anche nei momenti più difficili.

Ad esempio l’Italia negli anni settanta dovette dare in pegno proprio alla Germania l’oro della Banca Centrale per ottenere un prestito a termine in piena crisi economica, prestito poi puntualmente restituito.

La storia ha tragicamente dimostrato quanto bieco cinismo c’era dietro al “sacro egoismo” tedesco, che lentamente cercava di occupare tutta l’Europa , per affermare la supremazia della  ”razza superiore ariana”.

Allora per fortuna la rana europea non si lasciò bollire e saltò fuori dalla pentola appena in tempo: Francia, Inghilterra e poi anche la Russia ebbero il coraggio di opporsi a costo di fiumi di lacrime e sangue.

Oggi non c’è più, credo, nessun bieco progetto di dominio razziale, ma permane in alcuni grandi paesi europei la concezione della politica internazionale come strumento per realizzare l’allargamento e la prevalenza degli interessi nazionali, logica spesso non compatibilecon la corretta gestione di Istituzioni e risorse comuni, per il perseguimento dei principi ispiratori dei trattati comunitari.

Modificare i di…

Modificare i diritti

Modificare la sfera dei diritti delle persone genera quasi inevitabilmente conflitti che si risolvono sostanzialmente in due modi: o attraverso rapporti di forza o attraverso faticosi compromessi , lunghi e graduali.

Il caso del diritto al reintegro nel posto di lavoro per licenziamento ingiusto è uno di questi.

Per evitare di scivolare nel confronto basato sui rapporti di forza si devono far presenti alle parti le possibili conseguenze: i sindacati potrebbero forse dimostrare che i licenziamenti sono un problema marginale nella valutazione di chi deve investire,ma non potrebbero evitare che i mercati finanziari mettano in difficoltà il sistema economico italiano a dispetto della razionalità della loro posizione; gli imprenditori possono forse provare che la produttività è bassa anche a causa del comportamento dei dipendenti, ma questo non significa niente per chi si rende conto che è l’azienda a dover trovare le soluzioni organizzative migliori, scelte che devono passare con il consenso dei lavoratori. I politici non possono prendersi altre responsabilità per il dissesto finanziario del paese.

Allora o si lascia che l’Italia vada a pezzi, per la felicità dei seccessionisti che disarmati non sono, oppure si cerca un compromesso.

Io non sono un giuslavorisata,ma da umile insegnante di scuola pubblica credo che un’idea possa essere quella di prevedere delle modalità applicative nuove per la parte che riguarda il giustificato motivo oggettivo. Mi sembra che si possa ipotizzare un licenziamento individuale  nel caso in cui il giudice rilevi un comportamento reiterato dissonante e dannoso per la realizzazione degli obiettivi del gruppo di lavoro , manifestato attraverso azioni osservabili che mettono in difficoltà i colleghi e che , pur non rientrando nei casi previsti per le sanzioni disciplinari o per lo scarso rendimento, provoca contrasti , esclusione di soggetti meritevoli, atti di prevaricazione e quant’ altro. In questi casi sarebbe giusto confermare il licenziamento con una liquidazione.

Nel caso invece non sussistano i fatti di cui sopra andrebbe previsto un periodo di cassa integrazione a piena retribuzione e a spese dell’azienda ,per dar modo al lavoratore di ricollocarsi. Finito questo periodo il lavoratore dovrebbe poter scegliere tra il reinserimento nell’azienda in altra mansione e retribuzione o una congrua liquidazione.

In ogni caso quello che non va perduto è lo spirito dello statuto dei lavoratori e cioè la volontà di proteggere le persone, nella fattispecie i dipendenti, dai prevaricatori sia sul piano politico che sul piano professionale

Michele Partesotti

Le riforme per il mercato

La riforma delle professioni e la prevalenza del mercato sullo stato anche come ente certificatore è una sorta di rivoluzione culturale condivisibile nelle sue finalità e realizzabile attraverso cambiamenti anche normativi, perché chi opera sul mercato e da esso trae il proprio profitto non può chiedere allo stato che altri non operino , al solo scopo di restringere la concorrenza.
Il problema che si pone per lo stato è quello della tutela dei cittadini, a partire dalla loro sicurezza.
E’in questa logica che si presenta da un lato l’esigenza della gradualità, per dare alla societa’ ed al mercato il tempo di abituare i soggetti ad operare attraverso pratiche basate sulla trasparenza e sulla correttezza reciproca, mentre dall’altro lato c’è la necessità di mantenere la presenza di uno stato che tuteli la sicurezza anche attraverso la certificazione di posizioni, basandosi su veri controlli condivisi ed efficaci.
La praticabilità di questo schema passa attraverso una riduzione quantitativa dei compiti dello stato, ma anche attraverso una sua maggiore presenza ed autorevolezza.
A questo proposito l’Università può essere un campo d’azione importante per dare da un lato una libertà agli Atenei maggiore nei corsi più adatti alle esigenze del mercato del lavoro , ma anche per continuare a riconoscere legalmente i corsi che danno accesso alle professioni ed ai concorsi pubblici attraverso un maggiore controllo sull’efficacia e l’omogeneità dei corsi tradizionali come ad esempio medicina, ingegneria, giurisprudenza, scienze politiche, etc.

Lo Statuto dei lavoratori c’è

Anche i giornalisti televisivi più famosi dimenticano sistematicamente che l’art 18 della legge 300/70 prevede il reintegro obbligatorio in caso di licenziamento illegittimo ,

senza giusta causa O GIUSTIFICATO MOTIVO, che va inteso anche come problema legato all’ organizzazione del lavoro . Quindi vengono ammessi motivi anche diversi dalle gravi inadempienze contrattuali o da quelle legate all’oggetto del contratto di lavoro.

Il problema che si può porre è legato casomai al reinserimento del lavoratore, licenziato illegittimamente , in un ambiente di lavoro ostile. Questa situazione va risolta io credo con il consenso del lavoratore proponendogli anche il reintegro in altre aziende dell’area , ma senza declassamento in termini di mansioni ed in termini economici.

Il tutto comunque , fermo restando che le spese devono essere a carico di chi licenzia senza giusta causa o giustificato motivo, non del lavoratore nè tantomeno a carico dello Stato.

Michele Partesotti