OK IL DISTRETTO VERTICALE DIFFUSO

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Una azienda , caratterizzata da un modello organizzativo e da una filosofia del lavoro in cui tutti si immedesimano senza sapere cosa stanno producendo, in un contesto di lavoro che riempie tutta l’esistenza. Un’azienda che produce dallo spremiagrumi, al decoder, dal frigorifero alla lavastoviglie per esportare in tutto il mondo. Una produzione che non e’ localizzata in base alla collocazione nel territorio , ma  che invece si caratterizza per la forte capacita’ di penetrazione commerciale, con prodotti semplici, affidabili e low cost. Chi ha ideato tutto questo ha sintetizzato tre modelli: il distretto italiano caratterizzato dall’identita’ nella specializzione di filiera, l’azienda giapponese di dimensioni globali che produce dalla pellicola per foto all’auto da corsa, la societa’ di servizi USA capace di sbaragliare tutti i concorrenti con il low cost: OK !

Quando si produce nella UE, pero’, si va incontro a controlli che riguardano la sicurezza, a regole che riguardano la salute, a limiti che riguardano le immissioni nell’aria e nell’acqua, alla tutela della dignita’ del lavoro, etc

Ok per il capitale, ok per il mercato , ok forse per la tecnologia, ma il lavoro e’ ok? La natura e’ ok?

Prof. Michele Partesotti

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LA RIFORMA DA RIFORMARE

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A proposito di riforme urgenti il primo passo da fare è quello di cambiare le riforme che non hanno funzionato bene.

L’esempio di riforma con effetti  piu’ insodisfacenti  è quella del mercato del lavoro in cui una parte considerevole dei giovani è disoccupata o sotto occupata, con gravissime conseguenze sul piano umano, demografico, macroeconomico e socio/politico. Questo fatto è evidenziato anche dai dati sulla bassa partecipazione della popolazione al mercato del lavoro soprattutto tra i giovani; infatti l’Italia ha un tasso più basso di labour force participation rate (LFPR) che è del 64. 9%, contro una media superiore al 70% in FR, ES e D, oltre che un numero elevato di NEET  (Not Employed or Engaged in Training)

A questo proposito inoltre sono significativi i dati della ricerca sul mercato del lavoro italiano pubblicati da Banca d’Italia (1) dai quali si ricava che esiste un collegamento negli anni tra il 2004 ed il 2016 tra le riforme pensionistiche e lo spostamento dell’occupazione a favore della fascia di età tra i 55 ed i 64 anni, in danno alle fasce più giovani tra i  15 ed i 24 anni e tra i 24 ed i 34 anni.

Dalla lettura di questa tavola emerge infatti che mentre la riforma pensionistica provoca subito un aumento degli occupati tra gli over 50, sull’ occupazione dei giovani   la ricaduta e’ negativa, poichè la riduzione dell’occupazione nei passati 12 anni è particolarmente forte tra i più giovani.

Chi sostiene che il maggior impiego di lavoratori anziani non avviene in danno dell’occupazione giovanile non tien conto dei NEET (Not Employed or Engaged in Training) e dei dati complessivi sul LFPR (labour force participation rate) che includono anche le fasce di sotto occupazione e di disoccupazione fino a 35 anni 

Nella tabella qua sotto riportata (1) ho evidenziato i dati per le fasce di età nelle quali è stata maggiore la variazione degli occupati a cavallo della crisi.

Come detto da questa analisi emerge che, nella fascia di età tra i 15 ed i 24 anni c’è stato un tracollo dell’occupazione a partire dal 2008 e che questa emorragia si è aggravata anche nel 2016.

Lo stesso dicasi anche per l’età dai 25 ai 34 , anche se in tono meno accentuato.

Per converso si ha un fortissimo incremento degli occupati tra gli over 55 proprio in occasione dell’applicazione della riforma del sistema pensionistico, a partire dal 2011.

Di conseguenza e’ necessario sottolineare che una riflessione sull’evoluzione del mercato del lavoro in questo periodo fa comprendere come l’assioma secondo cui il blocco del turn over e l’aumento dell’età pensionistica non hanno nessun collegamento con la disoccupazione giovanile sia smentito drammaticamente dai numeri, poiché è proprio nel periodo del blocco del turn over e della riforma dell’allungamento dell’età della pensione che l’occupazione tra i più giovani come detto scende , mentre tra i più anziani aumenta in modo molto considerevole.

Ecco che l’assunto su cui si basa la politica pensionistica  secondo cui “nei dati la sostituibilità tra lavoratori giovani e anziani proprio non esiste.”(Tito Boeri e Vincenzo Galasso  24.05.13) oggi non e’ sostenibile perche’ arriva a negare semplicemente la realtà dei fatti.

Table 1a: Labour force participation by demographic groups, Italy

2004 2008 2011 2016 2004 2008 2011 2016 Change 2004-2008 Change 2008-2011 Change 2016-2011
Participation rate (P_gt) Share population (w_gt) Effect Effect Effect Effect Effect Effect
ΔP_gt Δw_gt ΔP_gt Δw_gt ΔP_gt Δw_gt
Total 62.6 62.9 62.1 64.9 100.0 100.0 100.0 100.0
Age classes
15-24 35.7 30.7 27.1 26.6 15.9 15.4 15.3 15.2 -0.8 -0.2 -0.6 0.0 -0.1 0.0
25-34 78.0 76.9 73.9 73.2 22.3 20.3 18.6 17.4 -0.2 -1.5 -0.6 -1.3 -0.1 -0.8
35-44 81.1 80.8 79.9 80.7 23.8 24.7 24.3 22.6 -0.1 0.7 -0.2 -0.3 0.2 -1.4
45-54 72.8 76.0 76.0 77.5 19.8 21.1 22.6 24.9 0.6 1.0 0.0 1.2 0.3 1.7
55-64 31.9 35.4 39.3 53.4 18.2 18.5 19.2 19.9 0.6 0.1 0.7 0.3 2.7 0.4
Total 0.1 0.1 -0.7 -0.1 3.0 -0.1
Gender
Men 74.5 74.3 72.8 74.8 49.8 49.8 49.6 49.8 -0.1 0.0 -0.7 -0.1 1.0 0.1
Women 50.8 51.6 51.4 55.2 50.2 50.2 50.4 50.2 0.4 0.0 -0.1 0.1 1.9 -0.1
Total 0.3 0.0 -0.8 0.0 2.9 0.0
Citizenship
Native 62.2 62.2 61.3 64.3 96.2 93.5 91.7 89.7 0.0 -1.7 -0.9 -1.1 2.8 -1.3
Migrant 74.2 73.2 70.9 70.4 3.8 6.5 8.3 10.3 0.0 2.0 -0.1 1.3 0.0 1.4
Total 0.0 0.3 -1.0 0.2 2.8 0.1
Education
Less than secondary 51.7 50.0 48.6 51.2 52.2 47.9 45.5 42.0 -0.9 -2.2 -0.7 -1.2 1.2 -1.8
Secondary 71.8 72.3 70.6 71.8 37.8 39.5 41.4 42.4 0.2 1.2 -0.7 1.4 0.5 0.7
Post-secondary 85.0 82.3 81.5 83.3 10.0 12.7 13.2 15.6 -0.3 2.2 -0.1 0.4 0.2 2.0
Total -1.0 1.2 -1.5 0.6 1.9 0.9

Source: Italian LFS. Due to some rounding effects and for some missing values in the questionnaire (due to non-response) the numbers on bold do not always exactly sum up to the LFPR change in the considered periods.

(1) Banca d’Italia -Questioni di Economia (Occasional Papers) – by Marta De Philippis

The dynamics of the Italian labour force participation rate:determinants and implications for the employment and unemployment  rate

Si tratta di considerazioni importanti perché l’assunto citato qui sopra è, in buona sostanza, quello a cui si sono ispirate le ultime politiche e riforme in materia previdenziale e di riforma del mercato del lavoro.

Le riforme del sistema pensionistico e del mercato del lavoro non  stanno contribuendo ad evitare che quasi la meta’ di una generazione di giovani affondi nell’ incertezza del presente e che si arrivi di conseguenza ad impoverire drammaticamente di persone giovani ( c.d.risorse umane) , nonche’ di energie morali e materiali il sistema .

 Michele Partesotti

Autonomia , identità e unità

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Per evitare di utilizzare la sussidiarieta’ come una clava, facendo rientrare dalla finestra cio’ che si e’ fatto uscire dalla porta (il centralismo), per tenere insieme l’autonomia delle regioni e l’unita’ del paese,unita’ intesa come identita’ culturale e come coesione economica e sociale, lo strumento normativo da utilizzare e’ quello delle leggi cornice,potenziate in guisa di direttive, emanate dallo stato verso le regioni.

C’e’ da ricordare che le leggi cornice esistono anche nella Rep. Fed. Tedesca e permettono di dare alle regioni un indirizzo comune nelle loro legislazioni,

In Germania nelle materie a legislazione concorrente le regioni esercitano la loro potesta’ se e quando lo stato non la esercita a sua volta, per cui si mantiene una superiorita’ gerarchica delle norme statali, tanto e’ vero che nelle materie di competenza concorrente lo stato fa leggi in via esclusiva tutte le volte che e’ nell’interesse dell’unita’ giuridica ed economica del paese

Se uno stato bene organizzato e basato su un ordinamento a carattere federale  prevede la possibilita’ dell’intervento centrale, sia attraverso leggi cornice, sia attraverso leggi federali , anche su materie di competenza delle regioni, il motivo dipende dalla necessita’ di un coordinamento attivo delle norme regionali, in modo che sempre ci sia una copertura normativa.

Nella realta’ italiana da   quando e’ stata approvata la riforma del 2001 si sono moltiplicati i conflitti tra stato e regioni , soprattutto sulle materie a legislazione concorrente, evidentemente perche’ lo stato non usa lo strumento delle leggi cornice o perche’ questo strumento va potenziato.D’altro canto l’Unione Europea usa due strumenti per dare “copertura normativa” ai Trattati: le direttive e la sussidiarieta’.

Riguardo la sussidiarieta’ e’ interessante notare come ancora in Germania il principio della sussidiarieta’ non venga esercitato in senso verticale dall’alto, come avviene appunto nella UE, ma bensi’ dal basso, con l’intervento normativo dei lander in assenza di una norma centrale, (art 72 cost rep. fed.), fino a quando lo stato centrale lo consente.

Questa modalita’ e’ senz’altro meno verticistica di quella adottata dalla UE e permette una maggiore aderenza delle iniziative alle esigenze del territorio.

In Italia purtroppo, le diverse politiche che le regioni possono fare grazie alla maggiore autonomia non hanno giovato ne’alle attivita’ turistiche, dove solo l’intervento del governo centrale sta rilanciando il settore, ne’ al trasporto pubblico dove ad es. per garantire il servizio bus in italia sono dovute intervenire le ferrovie dello stato , ne’ in agricoltura , dove siamo sempre in difficolta’ nell’ utilizzare i fondi europei della PAC, etc.

Lo strumento delle direttive , emanate dal Parlamento per armonizzare le norme regionali, ci puo’ permettere anche di dare impulso alla produzione normativa locale senza interventi troppo invasivi , anche prendendo spunto dalle  norme delle regioni piu’ avanzate, oppure aiutando le regioni a coordinarsi in attivita’ diffuse su tutto il territorio come l’agricoltura, il turismo, il trasporto locale, lo stoccaggio dei rifiuti, la produzione di energia, la gestione delle risorse idriche, etc.

In conclusione una maggiore autonomia alle regioni , senza strumenti di coordianmento aggraverebbe lo scollamento tra nord e sud e ,in materie come l’istruzione, avrebbe un grande impatto sul modo di sentire l’identita’ culturale italiana da parte delle future generazioni.

Prof. Michele Partesotti

CHI DEVE VOTARE

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sovranità

Uniti si cresce ,  recitava un vecchio slogan coniato all’indomani della guerra civile in Yugoslavia e dell’affermazione elettorale della Lega Nord, seccessionista , in Italia.

Dall’altra parte eccheggiavano slogan ancora più vecchi, di stampo barricadero, del tipo Roma ladrona etc.

In Italia fino ad oggi le cose si sono fermate lì, ma rimane sospeso il dilemma:è possibile la seccessione ? E se la Costituzione lo vieta, cosa fare se qualcuno indice un referendum irregolare.

Ripugna a chi ha a cuore la democrazia vietare di votare e l’esempio inglese dimostra che fino ad oggi paesi con un’identità storica forte sono riusciti a rimanere uniti nonostante le spinte dei seccessionisti.

Ma il quesito, dal punto di vista istituzionale è un altro: come conciliare le libertà democratiche di ciascuno con l’esigenza oggettiva di rimanere uniti in un contesto europeo e globale dove un piccolo stato regionale sparirebbe dal punto di vista politico ed economico.

La Costituzione italiana all’art 1 da una delle più significative rappresentazioni della sovranità ed è proprio nelle forme e nei modi in cui si esercita il voto che si deve trovare una via d’uscita. Se fosse vero che è giusto votare anche per la seccessione allora ci si dovrebbe chiedere onestamente : chi deve votare?

E’ possibile che in una nazione dove le diverse comunità hanno convissuto per secoli o anche solo per decenni, dove infrastrutture, capitale umano e sociale, risorse finanziarie e culturali si sono mescolate e sono state condivise, dove le opportunità di sviluppo sono venute spesso prioritariamente dalla nazione di cui si fa parte, è possiblie che la seccessione sia decisa con il voto di una sola, spesso piccola parte della popolazione.

Fermo restando che l’Italia resta una ed indivisibile e che questo principio costituzionale imprescrittibile non consente nessun azzardo all’inglese, in un paese dove fosse legale il voto per la seccessione credo che questo voto dovrebbe essere esteso a tutta la popolazione del paese e non solo alle comunità che hanno  (o credono di avere) interesse a separarsi.

Prof. Michele Partesotti

Time to give subways to italians

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metro

I think that it is really time to build new subways, expecially in northern italian towns, where the urbanisation is dated to the first middle age and it isn’t possible to continue with this traffic, this pollution or installing tram lines over the small roads of the center as somebody is doing, in damage to safety for bikers and pedestrians.

Moreover if we build subways in many towns of the north east, we answer to economics needs over three views:first there are new incomes for the companies that make these infrasctructures , with a possible Keynesian effect if it is extended in the territory to more towns. Second there are savings for families and agencies that works in the towns, consisting in less lost of time, less costs for transports etc. Third there will be a saving of welfare state in term of less costs for public health and for infrasctutures for cars .

The problem to solve is politic, consisting in the involvment of local government , but also on a subsidiary basis of the central state and of the European Union.

Exideeing this politic indifference it is possible to speculate the financial support of a public/private consortium , with a private managment as in the case , for example,  of the italian motorways.

Prof. Michele Partesotti

https://michelepartesotti.wordpress.com/

 

 

 

 

 

PER UNA SCUOLA APERTA

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Il dibattito che precede e segue la sperimentazione sulla scuola secondaria di 4 anni deve essere contestualizzato in chiave astratta, sul piano della coerenza con i principi costituzionali, in chiave empirica, sul piano dei riferimenti storici e contemporanei di esperienze in qualche modo simili.
Ma prima di iniziare una qualsiasi cosiddetta polemica, e’ bene chiedersi anche perché e a chi giova abbreviare il percorso di studi.

Teniamo presente che abbiamo un numero molto elevato di NEET, ovvero di giovani che abbandonano gli studi per poi rinunciare anche a cercare un lavoro, mentre dall’altro lato abbiamo meno delitti violenti e meno ghettizzazione e violenza razziale e religiosa che in altri paesi europei simili al nostro per dimensioni, storia e cultura.

( http://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Archive:Crime_statistics/it)

Considerando il tema della scuola italiana in chiave storica va ricordato che la scuola popolare, rifugium peccatorum per i figli dei contadini che sfornava studenti ignoranti , e ‘stata gia’ al centro di aspre polemiche dopo la riforma Coppino del 1871 e quella Orlando di inizi novecento, polemiche che sono sfociate nella riforma Gentile, che con il doppio canale ha introdotto una scuola per la formazione delle elite (i licei) accanto ad un’altra di second’ordine per i mestieri .

Ancora oggi ci sono molti nostalgici di questo modello che sicuramente ha formato persone di valore, ma che aveva connotati di fortissima selettivita’ e di chiusura alla mobilita’ sociale.

Va ricordato che la societa’ chiusa alla mobilita’ sociale e l’economia corporativa fascista non hanno prodotto ne’ i tanto sbandierati successi militari che propagandavano, ne’ lo sviluppo industriale che si voleva, giacche’ l’industria e la societa’ italiana erano comparativamente piu’ arretrate alla fine degli anni 30 che non a cavallo della grande guerra, come gli eventi bellici e le persecuzioni razziali dimostrano ; inoltre il boom economico degli anni 60 e 70 non e’ stato costruito nella societa’ fascista, ma nella societa’ aperta al sogno “americano” , dove il figlio dell’operaio aspirava e poteva riuscire a diventare medico e quando il freno allo sviluppo economico e sociale venivano piu’ dalle chiusure di una scuola ingiustamente selettiva che dalle carenze dei giovani.

Precisato quindi che il concetto di scuola aperta a tutti, sancito dalla Costituzione, ha tanto piu’ valore quanto piu’ e’ applicato in profondita’, all’interno della societa’, se ci accostiamo al tema della scuola in ltalia in chiave empirica, dobbiamo ricordare anche i primati che essa puo’ vantare.

Tra questi spicca l’inclusione dei disabili, che e’ stata introdotta nel nostro ordinamento scolastico con la legge 117 del 1971 e con la 517 del 1977 per arrivare alla 104 del 1992.

Su questa scia molto si e’ lavorato e molto si dovra’ fare, nelle scuole italiane, per una cultura dell’integrazione e del rispetto dell’altro.

Certo che se si da sempre per scontata l’equazione giovani ignoranti=scuola che non funziona, allora perche’ non confermare anche quella societa’ con meno violenza=scuola che educa alla convivenza?

Insomma , se ci sono problemi di abbandono e di dispersione scolastica e’ piu’ probabile che essi derivino dalle disuguaglianze che ci sono nella societa’ che non dalla scuola stessa, ma in ogni caso l’accento nella scuola va posto sull’ integrazione, cioe’ sulla capacita’ di dar valore ai talenti di tutti, anche a quelli nascosti, lavoro che si riesce fare solo in un ambiente inclusivo dove , lavorando accanto agli studenti piu’ capaci e piu’ rapidi , gli altri abbiano percezione dei loro limiti e possano decidere di inseguire e dove non si cerca di costruire una anacronistica elite di patrizi , ma si mira ad elevare tutti.

Infine una considerazione basata sull’esperienza professionale di chi scrive: abbreviare di un anno il percorso di studi permettera’ ad alcuni di arrivare prima all’universita’, ma dara’ meno tempo a tutti per approfondire, per recuperare e per fare quell’attivita’ che e’ in fondo la ragion d’essere della scuola pubblica: imparare a vivere convivendo.

Prof. Michele Partesotti

ARTICOLO PUBBLICATO SU

http://www.orizzontescuola.it/riduzione-un-anno-scuola-superiore-meno-tempo-imparare-vivere-convivendo-lettera/