DISOCCUPAZIONE GIOVANILE

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Disoccupazione giovanile
La disoccupazione , soprattutto giovanile, si deve combattere anche con un’informazione adeguata sulle percentuali vere, che tengano conto di chi non ha mai lavorato, in modo da affrontare il problema con la consapevolezza, anche politica, della sua gravità sul piano sociale, economico e demografico.
Partendo dall’analisi della condizione drammatica dei giovani, tenendo conto anche di chi non cerca più lavoro, si evidenzia come stiano emergendo forme di emarginazione controproducenti ed insostenibili , che generano dei costi aggiuntivi sul sistema previdenziale , per l’aumento degli ammortizzatori sociali, dovuti alla necessità di sussidi di disoccupazione ; inoltre la cassa integrazione e’ dovuta alla caduta di competitività delle imprese, legata anche alla scarsa motivazione del precariato e alla mancanza di risorse giovani nelle imprese e nel settore pubblico.
La spesa delle imprese e dei datori di lavoro pubblici per mantenere in servizio personale con anzianita’ di servizio elevata cresce con il crescere dell’eta’ pensionabile molto piu’ di quella che sarebbe necessaria per mantenere dei giovani neo assunti.
Nel breve periodo , se si considera che i giovani neo assunti tendono a spendere in consumi una percentuale del salario elevata , mantenere un’ eta’ pensionabile non elevata a condizione di assumere giovani disoccupati puo’ dare impulso alla domanda interna e con essa allo sviluppo.
Viceversa aumentare l’eta’ pensionabile non permette nessun risparmio ai datori di lavoro che anzi hanno una ragione in piu’ per non assumere i giovani o per assumerli in condizioni di massima precarietà.
La soluzione per contenere il debito pubblico non deve quindi gravare sul mercato del lavoro in termini di blocco del turn over generazionale, perche’ altrimenti si innesca una spirale recessiva che vanifica nel medio periodo i risparmi fatti con i post – pensionamenti nell’immediato.

Per integrare e sanare i bilanci pubblici nel breve periodo può andar bene stabilire un’età pensionabile più alta per tutti. Ma se la priorità non fosse quella di rafforzare ancora la moneta, allora ci si potrebbe accorgere che la peculiarità dei modelli presenti in Europa va presa in considerazione per vedere i modi di lavorare, la durata della vita lavorativa , le opportunità per i giovani ed il ruolo degli anziani nelle loro identità di valore economico e sociale.
Inoltre e’ anche da tener presente che in Europa ci sono sistemi economici, tessuti sociale e mercati del lavoro completamente differenti, con squilibri e compensazioni radicati negli usi delle rispettive societa’
Ad esempio in Italia i negozi, le piccole fabbriche, i commercianti, perfino i dipendenti pubblici si fermano sul posto di lavoro quasi sempre ben oltre l’orario formale.
Se si va in un supermercato da Monaco di Baviera a Bruxelles alle 6 di sera (portate alle 7 di recente), si viene letteralmente cacciati fuori dal personale che chiude casomai un minuto prima, non certo uno dopo. Ecco che allora soluzioni diverse per i mercati , le società ed i popoli diversi potrebbero essere prese in considerazione.
A questo proposito vale la pena di riprendere in considerazione la teoria macroeconomica del “Ciclo vitale “ di F. Modigliani per spiegare come le scelte di politica previdenziale possano influenzare in modo drammatico,o al contrario risolutivo, l’andamento del ciclo economico e lo sviluppo della società.
Se il pensionamento in età non avanzata rappresenta un fardello per le generazioni a venire , la permanenza nel posto di lavoro a tempo pieno di persone con una elevata anzianità rappresenta un male sicuramente
peggiore :

1. fa lievitare i costi del lavoro
2. ad un aumento delle retribuzioni dovuto all’anzianità non corrisponde un aumento dei consumi fin quando i sessantenni restano in attività
3. Il mancato turn over con i giovani paralizza oltre che la domanda interna lo sviluppo e la riproduzione sociale, civile e materiale di un popolo

Allora come ha dichiarato il Premio Nobel scomparso:

“Non è tollerabile che una Banca Centrale, isolata, che non ha nessuna responsabilità né l’obbligo di spiegare quello che fa, possa continuare a creare disoccupazione mentre i governi stanno zitti”
Franco Modigliani – Il Tempo 22/10/2000

In effetti la scelta di uniformare l’età pensionabile elevandola proprio in un momento di congiuntura sfavorevole mi sembra un controsenso perché paralizza il mercato del lavoro giovanile nei paesi soggetti a declino e presenti prevalentemente nei settori più tradizionali, disperde competenze e capacità costruite in decenni di formazione e costringe i paesi con un mercato del lavoro bloccato a consumare le risorse di cui dispongono in ammortizzatori sociali, distogliendole dagli investimenti pubblici e privati che invece sono indispensabili per superare le crisi economiche.
Inoltre questa situazione fa aumentare gli interessi che i paesi più colpiti devono pagare per finanziare il proprio debito, il che sposta risorse finanziarie dal settore privato a quello pubblico senza nessun vantaggio per il reddito interno.
Allora una soluzione per avere allo stesso tempo un costo meno elevato della mandopera con grande anzianita’ ed una maggior occupazione giovanile potrebbe essere quella di far rimanere al lavoro oltre i 60 anni a tempo parziale e a salario bloccato il personale e di agevolare al tempo stesso le aziende che assumono i giovani a tempo indeterminato per formarli anche con l’aiuto di chi sta uscendo dal mercato del lavoro.

Padova, 25 ottobre 2011

Partesotti Michele