FORME RINNOVATE DI INTERVENTO PUBBLICO

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La situazione attuale in molta parte d’ Europa ingenera un circolo vizioso di mancanza d’investimenti – recessione – disgregazione economica e sociale che va spezzato se si vuole mantenere un’Unione politica e monetaria coerente con gli scopi previsti dai Trattati di Roma e di Maastricht.

Il credito

Una seria politica anticongiunturale di successo non può continuare attraverso le scelte della banca centrale che continuano ad auto finanziare il sistema bancario, finendo con l’alimentare quella speculazione che è la causa prima della crisi attuale.

Questa scelta è stata finora imposta dalla gravissima crisi di liquidità , ma può e deve essere solo temporanea perché altrimenti la crisi continuerà ad aggravarsi in una spirale in cui i finanziamenti pubblici, invece di aiutare ad uscire dalla crisi , alimentano la speculazione finanziaria attraverso il sostegno al debito pubblico. La prima misura per uscirne è quella di acquistare i titoli del debito pubblico fuori dal mercato mobiliare, direttamente dai paesi che li emettono, attraverso un apposito fondo gestito dalla BCE.  La seconda e più incisiva manovra anti speculativa è quella di immettere moneta legale nel sistema non per finanziare gli istituti di credito, ma per dare denaro alle imprese che investono, attraverso interventi di forte detassazione degli investimenti e del reclutamento di forza lavoro finanziati attraverso fondi ad hoc. Non si deve temere un effetto inflazionistico nell’emettere liquidità utilizzata per sostenere gli investimenti privati e per impedire la speculazione sui titoli pubblici per almeno 2 motivi principali:

  1. nei paesi in situazione di recessione la circolazione della moneta è rallentata da atteggiamenti di timore verso il futuro dal lato dei consumatori e dalla situazione di mercato, fattori che contribuiscono entrambi spesso ad  inibire l’utilizzo della moneta elettronica e di quella commerciale, col risultato di far rallentare gli scambi e di limitare il rischio l’inflazione da domanda . In questo caso sarebbe opportuno far crescere per quanto possibile il reddito a disposizione dei ceti più deboli, con la più elevata propensione al consumo.
  2. negli altri  paesi soggetti a declino, in mercati dove la domanda era vivace, la contrazione della produzione non porta ad una contrazione immediata della domanda di beni ,soprattutto per motivi legati alla psicologia dei consumatori ed a dinamiche sociali, ma questa situazione sposta il prezzo d’equilibrio tendenzialmente verso l’alto, generando stagflazione. In questo caso si deve immettere liquidità per far riprendere investimenti e per sostenere i consumi , soprattutto di beni durevoli, che sarebbero i primi a crollare.

Per rispondere a questa situazione non ci sono vie d’uscita: si devono finanziare urgentemente le attività produttive, oltretutto perché cosi si può distribuire ricchezza ai soggetti più deboli, aumentando anche la fiducia complessiva verso le politiche economiche.

Le Istituzioni pubbliche finanziarie, a partire dalle banche centrali , devono operare in modo coordinato per fornire liquidità agli operatori economici e non per sostenere le scelte degli istituti di credito che hanno operato sul mercato mobiliare in modo sconsiderato , o che hanno speso ingenti capitali per realizzare improbabili imperi finanziari: non si devono fornire agli operatori del credito degli alibi per continuare con la stessa gestione che ha permesso perdite così ingenti a favore della speculazione finanziaria.

La politica monetaria deve essere coordinata  per realizzare obiettivi di tutela del risparmio e di credito alle attività produttive , anche pubbliche se anticicliche. Il ruolo della BCE e della Banca Europea degli Investimenti deve essere quello di combattere in primis la speculazione finanziaria  e subito dopo quella di sostenere lo sviluppo equilibrato nei paesi euro, così come previsto nei trattati, soprattutto nei momenti di crisi economica : pertanto esse devono operare in modo coordinato perseguendo gli stessi scopi. .

La BCE potrebbe mettere un freno alla speculazione finanziaria attraverso , come detto, l’acquisto di titoli di stato alla fonte, magari con interessi “concordati” , per evitare speculazioni ulteriori sui debiti dei paesi più colpiti.

La Banca Europea degli Investimenti potrebbe invece essere la destinataria principale dei fondi anti crisi, per finanziare le opere pubbliche d’interesse comune  e quelle necessarie per rigenerare le attività economiche indispensabili al mantenimento in vita il mercato unico: mi riferisco agli interventi pubblici in infrastrutture ed in servizi che , oltre a rigenerare la domanda, potrebbero servire ad abbattere i costi delle imprese e delle famiglie. A questo scopo si dovrebbero  realizzare progetti regionali concertati con le agenzie europee ad hoc,  opere più che mai necessarie proprio nei paesi più indebitati, che sono proprio quelli che oggi, pur avendone più bisogno, non possono permetterseli , a causa degli stringenti vincoli di politica sul debito pubblico per i paesi che hanno aderito all’Euro. Basti pensare in Italia alla ricostruzione del trasporto su ferro , all’assoluta mancanza di metropolitane in tutto il nord-est ,  alla preservazione dell’immenso patrimonio artisti-co , al rilancio del turismo , etc.

In  questa logica non ha più molto senso pensare solo ad una gestione centralizzata della politica monetaria per la difesa del valore dell’euro e per combattere l’inflazione , perché l’attenzione  e le risorse oggi, nel rispetto dei Trattati, devono essere concentrate sul rafforzamento dei sitemi economici più danneggiati dalla crisi, opera possibile con una gestione flessibile della moneta e della spesa pubblica , pur sempre coordinata e controllata dalla BCE.

Modalità di governance che coinvolgano tutti gli interessi in causa , anche quelli dei paesi più colpiti dalla crisi, sono le sole che possono rispondere all’esigenza di ritrovare le finalità iniziali dell’Unione economica e monetaria.   Di fatto oggi è impossibile immaginare di realizzare l’adesione all’Euro dei paesi dell’Unione entrati nel mercato unico ma restati fuori dall’Euro, così come era previsto inizialmente ; tuttavia questo obiettivo è tuttora irrinunciabile se si vuole davvero costruire un sistema economico europeo equilibrato e ben gestito .

Infatti non è sostenibile l’idea secondo cui una forte gestione centrale di una moneta “forte” può rafforzare un’unione dove decidono i più forti e gli altri o periscono o restano ai margini.

Questa idea è sbagliata perché in un sistema economico allargato a 27 paesi non si può gestire la massa monetaria  controllando solo quella dei 17 paesi dell’euro, perché i paesi che restano fuori dall’euro e dentro all’Unione hanno tutti gli strumenti per mettere in discussione nei fatti le politiche monetarie e finanziarie degli altri.

Facendo a modo loro infatti essi possono anche intervenire con la spesa pubblica fuori dalle regole e dai limiti imposti a chi è nell’euro, producendo una situazione di evidente disparità e di sviluppo disarmonico incompatibile con la gestione coerente ed efficace  del mercato unico. A ciò andrebbe aggiunto anche che esistono paesi sempre più importanti dal punto di vista manifatturiero che sono solo formalmente fuori dal mercato unico, ma che nella realtà scambiano beni, ricevono know how e risorse finanziarie senza vincoli né barriere, come se avessero aderito già all’Unione.

Ma per avere una gestione coordinata della politica economica e monetaria si deve tornare all’idea iniziale di una moneta unica in un’unione vera e nel frattempo, non avendo ancora realizzato né l’unione politica né l’unione monetaria , adattarsi ad una politica economica europea che  tenga conto della impellente necessità di finanziare attraverso opere pubbliche ed immissioni di liquidità la crescita economica, a partire dai paesi indebolitisi nell’euro.

Infatti diviene vessatoria per i paesi dell’eurosistema , a partire da quelli con un alto debito pubblico, una politica economica imposta senza legittimazione se non quella del ricatto finanziario; fingere di non vedere queste contraddizioni non è appunto sostenibile perché significa voler condannare all’estinzione socio-economica interi popoli, situazione che porta a tensioni violente.

In un paese unito, con un sistema economico integrato, con un’unica moneta ed un’unica Banca centrale, si può e si deve operare con una politica economica unitaria gestita dal centro.

Ma questa non è l’Unione europea di oggi ed agire come se lo fosse significa o essere ciechi, o perseguire un disastroso sogno di dominio.

Siccome in entrambi i casi si sbaglierebbe , sostengo che sia meglio avere un sistema monetario che lascia un margine di flessibilità alle banche centrali di tutti i paesi dell’Unione, e non solo a quelle che non hanno aderito all’euro, entro  limiti prefissati che permettano di tenere conto della velocità di circolazione della moneta in ogni paese, cioè della necessità di liquidità nei momenti di crisi maggiore.

A mio parere la Banca Centrale Europea dovrebbe operare quindi all’interno del sistema monetario  tralasciando di salvaguardare sempre e soprattutto il valore dell’euro e la lotta contro l’inflazione come ha fatto nei primi 8 anni di esistenza dell’euro. In una logica liberista si deve agire evitando di sostenerne il valore della moneta ad ogni costo , lasciandolo fluttuare come è “naturale” nella logica di mercato, poiché si tratta di una moneta che contempla anche sistemi economici in forte crisi e che hanno ingente ed urgente bisogno di liquidità.  Oltretutto in fase recessiva il rischio d’inflazione nei paesi più colpiti è il male minore e c’è molto più da temere dalla distruzione dell’euro che dall’inflazione.

Le scelte che  consentirebbero politiche monetarie diverse non sono realizzabili se non si supera l’assioma secondo cui immettere moneta nel sistema per sottrarsi alle speculazioni sul debito pubblico è una scelta irresponsabile e dannosa: in economia tutti gli strumenti vanno ponderati e usati nella dose giusta, e quindi uscire da una situazione governata dai veti ideologici è la prima mossa da fare per trovare nuove soluzioni, senza le quali interi sistemi economici saranno presto condannati al fallimento.

Ecco che quindi oggi nell’unione politica e monetaria che non c’è si deve agire decentrando la gestione nell’erogazione di moneta , ma mantenendo il controllo a livello centrale, per avere margini che permettano di aumentare o di diminuire in modo coordinato la quantità di moneta emessa dalle banche centrali nei diversi sistemi economici dell’Unione, in cui la situazione finanziaria e la pressione speculativa generano problemi molto diversi che vanno gestiti in modo flessibile, ma tempestivo.

Le scelte di politica monetaria

Se normalmente per avere un sistema monetario in equilibrio l’uguaglianza da ottenere a livello macroeconomico è quella tra il reddito complessivo prodotto all’interno del sistema economico e la quantità di moneta in circolazione , la contraddizione che sfugge all’analisi  e al dibattito sul sistema economico europeo oggi  è che non siamo in un’economia con un sistema monetario unico, ma multiplo, perchè la moneta non è unica e , data la situazione nell’Unione Europea , l’offerta di moneta è gestita da diverse banche centrali , di cui solo 17 sotto il diretto controllo della BCE.      Le altre operano in autonomia, al di fuori della moneta unica anche  per quel che concerne i vincoli sull’offerta di moneta legale.

Pertanto siamo in un sistema in cui l’offerta di moneta attiva ha come protagonisti, in un mercato monetario unico, soggetti diversi.

Allora nell’Unione Europea l’equazione Keynesiana secondo cui la domanda di moneta attiva M1  è uguale ai prezzi p per il reddito Y , tenuto conto dei fattori soggettivi k che influenzano la domanda, cioè M1 = kpY ,  non è vera , perché si deve considerare  l’ingresso nel sistema di una certa quantità  di moneta introdotta sotto forma di altre valute convertibili ad un valore fisso,  nonché di moneta elettronica e commerciale in altre valute , convertite istantaneamente in euro virtuali.

In questa situazione abbiamouna domanda di moneta solo in parte sotto il controllo diretto della BCE, che però utilizza gli strumenti di controllo monetario a propria disposizione per regolare l’emissione di moneta solo sui 17 paesi dell’eurosistema.

In effetti i soggetti che erogano queste grandezze sono diversi e pertanto non si devono considerare come sempre coordinati nella ricerca di questa uguaglianza per perseguire l’equilibrio monetario in termini anti inflazionistici..

Ecco che la spesa pubblica per servizi ed infrastrutture è gestita con più libertà dai paesi estranei all’euro, ma interni all’unione europea e  garantisce loro la possibilità di politiche economiche anti cicliche , ma lascia che gli eventuali eccessi di moneta prodotti nel sistema ricadano in termini d’inflazione su tutto il mercato unico, grazie alla libera circolazione di denaro in tutte le forme . Questa situazione genera un’inflazione più evidente a partire dai paesi dove la recessione non si è manifestata e dove è invalso maggiormente l’uso della moneta elettronica in modo massivo, perché in quei paesi la domanda resta sostenuta grazie a redditi relativamente elevati.

Spesso però la scure dei tagli ai finanziamenti pubblici e all’uso della leva monetaria va a colpire soprattutto gli altri paesi dell’eurozona, perché i vertici delle istituzioni monetarie cercano di arginare l’inflazione attraverso politiche restrittive nell’erogazione di moneta che agiscono  sempre con più immediatezza nei paesi dell’area euro più in ritardo nella crescita e più indebitati ; infatti n questi paesi i surrogati della moneta legale sono spesso meno utilizzati da consumatori più conservatori, e pertanto la stretta nella circolazione di moneta legale dovuta alla recessione ha effetti drammatici. Inoltre la pressione della speculazione finanziaria, essendo essi legati al rispetto dei vincoli di spesa pubblica, ingenera un crollo dei redditi, con l’evidente conseguenza di rallentare ancora di più la circolazione di moneta proprio dove ci sarebbe più bisogno di liquidità. Queste condizioni spingono i paesi ed i popoli del mediterraneo, più conservatori nel risparmio e nell’uso della moneta, verso una recessione senza via d’uscita, perché non viene data loro la possibilità di sottrarsi alla speculazione finanziaria e alla stretta creditizia.

La via d’uscita non è quella di far ricadere sotto il controllo di un’unica autorità monetaria tutta la circolazione monetaria e la spesa pubblica, semplicemente perché questo non è possibile in Europa. Quindi si dovrà realisticamente considerare che ci sono altri soggetti erogatori di moneta e di spesa pubblica indipendente all’interno del mercato unico e che pertanto, per dare ad ogni paese le stesse possibilità di spesa pubblica anticiclica si dovrà attivare un centro di erogazione della stessa per i paesi euro, in modo da compensare la paralisi della politica economica dei soggetti in declino nell’area euro.

Questo intervento è giuridicamente ed economicamente possibile grazie alla BEI che , compensando l’impossibilità di attivare la spesa per investimenti pubblici nei paesi che hanno aderito all’eurosistema , dovrebbe finanziare direttamente nei 17 paesi euro opere pubbliche che garantiscano un’effettiva ricaduta positiva per le imprese e le famiglie nel medio e nel lungo periodo,  in termini di nuove infrastrutture che abbattono i costi, nonchè di servizi adeguati che riducano il costo della vita ad es. per i trasporti, la sanità, l’istruzione, la sicurezza.

Considerando poi , come già detto , che non si può pensare di far ricadere le restrizioni per  i rischi d’inflazione sempre prevalentemente sui paesi già più vessati dai vincoli dei parametri di Maastricht, allora la scelta migliore per avere un sistema in  equilibrio sarebbe quella di agire tempestivamente in chiave antispeculativa nell’acquisto di titoli pubblici, per sottrarsi alla necessità di rivolgersi sempre immediatamente al mercato mobiliare per la loro collocazione .

L’unitarietà dell’azione monetaria che oggi è imposta con gli effetti che tutti possono constatare nell’area euro, andrebbe invece perseguita nel lungo periodo dando spazio alle scelte più adeguate per sostenere i sistemi in difficoltà, rigenerando così le condizioni di armonia e coesione che hanno consentito di costruire ieri l’Unione e il mercato unico , e  che potrebbero davvero portare domani ad un’effettiva unione monetaria condivisa da tutti i 27 paesi dell’Unione.

Coniugando queste politiche alla  scelta per dar modo ai governi di sottrarsi alla speculazione dettata dal panico che, come detto, è quella di far acquistare i titoli di stato dei paesi indebitati ed in crisi di liquidità attraverso la BCE fuori dal mercato finanziario, si potrebbe quindi veramente arginare la speculazione e rimettere in moto la produzione.

In questo modo si potrebbero limitare le spinte speculative, per mettere sotto controllo il differenziale degli interessi sui titoli, possibilmente concertando un tasso d’interesse europeo calmierato nei momenti di maggior invadenza della speculazione finanziaria, per rendere sostenibile la congiuntura ai paesi più indebitati.

Politiche per il sostegno al mercato concorrenziale

Io sostengo che  sia il caso di uscire dalle gabbie ideologiche ed abbandonando gli stereotipi , di cercare di utilizzare tutti gli strumenti che la politica economica mette a disposizione , senza preconcetti.

Ad esempio lo spazio che a mio parere lo stato dovrebbe occupare nella dinamica dei prezzi al consumo è quello di stimolo alla concorrenza e di supporto alla domanda per motivi di carattere economico e giuridico.

L’enorme differenza tra i prezzi pagati ai produttori e quelli praticati ai consumatori non è un dato trascurabile in un’economia stressata dalla speculazione finanziaria e messa in crisi dalla carenza di investimenti.

Questo problema è trasversale, nel senso che investe sia gli equilibri internazionali che quelli interni.

Infatti interi paesi concentrati su monoculture sono impoveriti dalle posizioni dominanti dei paesi che monopolizzano tecnologie e moneta forte.

Allo stesso modo è risaputo che ad esempio le imprese agricole vendono sul mercato interno i prodotti a prezzi ridotti di molte volte rispetto al prezzo pagato dai consumatori.

Questo problema è presente in varie forme anche nel mercato dei beni industriali, soprattutto quelli più tradizionali, con meno tecnologia, e va di pari passo con la polverizzazione della distribuzione.

L’e-commerce  può essere una risposta dal punto di vista dei consumatori, ma funziona male per i beni deperibili , così come per quelli di un certo valore.

Il margine di cui le imprese si appropriano nella distribuzione è a volte notevole anche nel settore dei servizi, a partire da quelli bancari , fino a quelli assicurativi.

Allora oggi si deve considerare e ricordare sempre che nell’ambito degli obblighi cui qualsiasi governo deve adempiere c’è quello di promuovere la produzione e la distribuzione della ricchezza; se si considera poi che in alcuni comparti i cittadini sono obbligati ad acquistare i servizi ed i beni dai privati, sia per soddisfare bisogni vitali che per adempiere ad altre necessità , allora nasce l’esigenza di avere un mercato effettivamente fondato sulla concorrenza, per consentire prezzi di equilibrio equi.

In quelle che sono attività di consumo indispensabili per vivere e per lavorare è difficile rinunciare ad un intervento regolatore dello stato senza avere una fiducia estrema nel mercato. Purtroppo però questa fiducia può essere fuori luogo se non funzionano bene i meccanismi della concorrenza, perché nel mercato libero il “sacrosanto egoismo” degli imprenditori è benefico per il sistema economico solo se altri imprenditori fanno concorrenza a chi aumenta i prezzi.

Allora, alla luce del fatto che nessun governo, da Diocleziano in poi è mai riuscito ad imporre i prezzi bloccati ai commercianti, forse sarebbe il caso di ipotizzare un intervento dello stato in chiave di supplenza, quando le relazioni tra gli imprenditori diventano da competitive a collaborative , per sostenere i prezzi da praticare alla clientela.
Situazioni in cui lo stato potrebbe intervenire direttamente , attraverso proprie attività sono diverse: dalla distribuzione al dettaglio di prodotti agricoli nei mercati, alla calmierazione dei prezzi dei carburanti attraverso la riduzione dei prezzi della propria azienda.

Non essendo possibile un efficace intervento regolatore dello stato sul mercato , per motivi tecnici, legati alla complessità del mercato finanziario, nonché politici , allora si deve ipotizzare un intervento attivo di enti pubblici nella distribuzione e nell’allocazione di beni e servizi, dal settore beni di consumo a quello dei servizi per il credito e per quelli assicurativi non previdenziali; mi riferisco ad esempio alla distribuzione e alla vendita di prodotti agricoli stagionali da parte dei comuni per favororire le fasce a reddito più debole nonchè per diminuire l’effetto delle speculazioni al ribasso verso i produttori, ad un intervento nel settore RC Auto attraverso ad esempio le Poste , anche  per assegnare tariffe minime a chi acquista auto nuove e ai neo patentati ; altri interventi che sarebbero possibili ed auspicabili sono ad esempio nel settore dei servizi sanitari, dove accanto ad una razionalizzazione delle ASL potrebbe essere di grande aiuto l’apertura di farmacie comunali nei quartieri e nei paesi poco serviti dal privato, ove gli enti locali potrebbero attivare con spesa relativamente contenuta attività commerciali in attivo, appunto farmacie, grazie alla grande disponibilità di disoccupati qualificati e ai margini di utili sui prezzi, che comunque consentirebbero di vendere ai cittadini i farmaci a prezzi ridotti

Un esempio dell’efficacia dell’intervento di stimolo alla concorrenza che può essere innescato dal soggetto pubblico lo abbiamo avuto con la campagna di sconti attuati da una grande compagnia a partecipazione pubblica nella distribuzione di carburanti: le vendite dell’Eni dopo la campagna di sconti sono aumentate di quattro-cinque volte secondo i dati forniti dfall’azienda.

Oggi i margini nella distribuzione e nell’erogazione di servizi sono tali siano tali da consentire una gestione vantaggiosa anche per lo stato imprenditore, interventi che non richiedendo investimenti particolari in infrastrutture e capitali ingenti e che potrebbero anche essere transitori.
Comunque un ruolo attivo dello stato in economia per supportare un miglior funzionamento del mercato è ipotizzabile solo sui mercati in cui la speculazione o i cartelli dei produttori generano extraprofitti elevati, a condizione che siano prevalenti il fattore lavoro e che le attività economiche vengano affidate ad enti slegati da logiche partitiche e clientelari.

Un caso in cui lo Stato può diventare imprenditore di successo senza grandi investimenti, combattere i cartelli degli oligopolisti e contemporaneamente giocare un importante ruolo nel finanziare le casse esauste delle imprese private è appunto quello del credito alla PMI. Tutti sanno che tra gli effetti perversi innescati dalla speculazione finanziaria c’ e’ anche quello , peraltro paradossale, dello “spread” nazionale tra gli interessi che le banche pagano alla BCE e gli interessi che gli imprenditori italiani pagano alle banche. Un intervento attraverso la  banca postale, che mettesse a disposizione dei piccoli imprenditori prestiti a tassi agevolati al di sotto del 5%, potrebbe la tempo stesso stimolare gli istituti di credito privati a ridurre a loro volta i tassi sui prestiti, ed allo stato di realizzare degli utili a basso costo.

Integrazione dei disoccupati nel circuito produttivo

A mio parere è possibile concepire la disoccupazione , endemica in tutte le economie di mercato ed oggi devastante in Europa meridionale soprattutto per i giovani, come una risorsa a disposizione di amministrazioni pubbliche ed enti locali dinamici. Oggi se non sono sempre possibili interventi diretti dello stato attraverso grandi investimenti, è anche vero che spesso i paesi con una storia industriale radicata nel territorio e nella società hanno bisogno spesso con urgenza di interventi continui di manutenzione, attraverso una miriade di opere e di servizi per la sistemazione del territorio, l’adeguamento delle infrastrutture e l’aggiornamento ed il potenziamento dei servizi. Allora gli enti che si occupano di queste attività dovrebbero aver accesso ai fondi sociali e ad altre risorse dell’Unione messe a disposizione ad hoc, per aggiornare e rilanciare i sistemi economici.

In questo modo così molti soggetti che percepiscono un sussidio di disoccupazione potrebbero essere impiegati in organizzazioni che ne valorizzino il potenziale attraverso l’allargamento dell’offerta di servizi pubblici alle famiglie.

Mi riferisco ad esempio all’assistenza agli anziani e dei portatori di handicap dentro e fuori la famiglia, ai corsi pomeridiani per bambini e per ragazzi , ad opere di manutenzione del territorio, al controllo per la sicurezza  nelle città  e a molti altri servizi attivabili facendo leva sulle competenze che disoccupati giovani  e meno giovani spesso hanno, e che sarebbero disposti a mettere in campo se retribuiti anche attraverso un sussidio di occupazione provvisoria, invece di quello di disoccupa-zione.

Sono interventi che dovrebbero essere a mio avviso finanziati attraverso i Fondi europei per la coesione economica e per la lotta alla disoccupazione perché si tratta di veri e propri investimenti pubblici che andrebbero “polverizzati” , ma che sarebbero molto efficaci se gestiti in base al criterio di sussidiarietà progettuale , in base a progetti approvati dall’Unione, ma redatti con la collabora-zione stretta tra soggetti locali e le agenzie europee.

Naturalmente si tratta di attività che vanno progettate e gestite a supporto e a completamento di altri servizi pubblici già esistenti:  l’assistenza agli anziani dovrebbe completare ed integrare il servizio sanitario, i corsi pomeridiani potrebbero arricchire l’offerta di servizi per l’istruzione pubblica per un long life learning system , il controllo sulla sicurezza dei cittadini potrebbe essere di supporto a quello della polizia per una effettiva politica comune sulla sicurezza e la lotta al crimine organizzato, perché articolando meglio le risorse si potrebbero concentrare quelle più qualificate nelle attività più delicate e specialistiche, et cetera  .

Oltre a questi si potrebbero pensare anche interventi di manutenzione del territorio effettuati sia con il supporto di personale in cerca di occupazione , che con l’intervento di aziende private in cui questo personale potrebbe collaborare, retribuito dallo stato attraverso i fondi europei di cui sopra. Attività di questo genere permetterebbero di far fruttare i fondi destinati ai disoccupati 3 volte: prima di tutto attraverso l’erogazione di nuovi servizi, in secondo luogo attraverso il potenziamento dei profili professionali di persone che altrimenti si impoverirebbero nell’inerzia.

Per finire si deve considerare anche che la spesa pubblica dell’UE attraverso la BEI ed i fondi strutturali per lo sviluppo potrebbe essere aumentata anche attraverso gli introiti derivanti dalla razionalizzazione dei fondi europei oggi già esistenti e spesso mal gestiti , nonché da eventuali maggiori dazi sulle importazioni da produzioni non sostenibili, provenienti da paesi e da aziende che non tutelano né i diritti dei lavoratori , né l’ambiente .

 

Michele   Partesotti