ETICA PUBBLICA E VIZI COLLETTIVI

Standard

Entriamo in un grande magazzino nella Rue Neuve a Bruxelles , sono le 16 e 50 di un giorno di novembre del 2005 e dopo pochi minuti una commessa con aria scontrosa ci invita ad andare alla cassa senza spiegazioni : dobbiamo capire da soli che il negozio chiude alle 17 ( forse si comporta così anche perchè intuisce che siamo italiani). Alla cassa c’è un signora alta, magra, giovanile e malvestita che paga con il “bancontact” un importo di pochi spiccioli ; noi siamo gli ultimi e gli unici a pagare in contanti.
Un mese dopo siamo a Padova per la spesa prima di Natale , sono le 19 e 35 e da 10 minuti agli altoparlanti invitano la gentile clientela a recarsi alle casse, che il negozio sta chiudendo. Quando arriviamo alla cassa la coda si sta ancora allungando dietro a noi e questa volta siamo gli unici a pagare un conto inferiore ai 50 euro con il bancomat.
Più tardi il benzinaio mi dice che non accetta il bancomat per importi inferiori ai 20 euro.
Oggi però la situazione dovrebbe essere cambiata perchè abbiamo finalmente un governo al passo con i tempi , che vuole versare le pensioni su conti correnti, soprattutto per spingere tutti ad usare la moneta elettronica ; purtroppo però (o forse per fortuna visto che sarebbe stato illegale) , viene ritirato in extremis un provvedimento che vieta l’uso della moneta legale per somme superiori ai 50 euro: verrebbe da dire che se per essere certi di sconfiggere l’evasione fiscale fosse davvero necessario abolire il denaro, allora per evitare gli eccessi di velocità si dovrebbero immatricolare auto di cilindrata non superiore ai 600 centimetri cubici, etc.
Questi episodi in sé banali evidenziano, una contraddizione che sfugge oggi al dibattito sul sistema economico europeo e cioè che siamo in un’economia con un sistema monetario unico, ma senza una governance coerente, sia perché abbiamo costumi profondamente diversi che perche’ le monete formalmente sono diverse, ma poi in realtà u l’euro è divenuto una delle monete usate regolarmente nelle transazioni finanziarie anche in paesi che non l’hanno adottato formalmente, e viene inoltre usato regolarmente nelle transazioni finanziarie come ad esempio nel London Stock Exchange che ha assorbito la “Borsa Italiana” nel 2007 dando vita al LSEG (London Stock Exchange Group).
Ma di che euro parliamo? Delle banconote che spesso ricordano per forma e colore le vecchie lire? No, parliamo di migliaia e migliaia di transazioni elettroniche e di somme convertite in euro istantaneamente nelle banche e negli esercizi di tutta Europa.
Se normalmente per avere un sistema monetario in equilibrio l’uguaglianza da ottenere a livello macroeconomico è quella tra il reddito complessivo prodotto all’interno del sistema economico e la quantità di moneta in circolazione , allora la contraddizione da esaminare oggi è che non siamo in un’economia con un sistema monetario unificato anche perché in alcuni luoghi l’euro è stato introdotto con notevoli cambiamenti nel valore numerico dei prezzi , mentre in altri, dove il valore nominale della moneta era maggiore, l’Euro è stato introdotto ed utilizzato con maggiore disinvoltura da subito .
In questo contesto l’abitudine di usare in modo massiccio la moneta elettronica, subito affermatasi nelle società più “avanzate” del nord Europa, ha permesso in realtà negli anni successivi all’introduzione dell’euro di disporre in quei paesi di una massa monetaria in euro reali e virtuali superiore rispetto al previsto , situazione che ha generato a mio avviso costanti spinte inflazionistiche, maggiori nei paesi con redditi piu’ elevati.
Queste spinte inflazionistiche poi hanno sviluppato i loro effetti in tutta Europa a causa della libera circolazione di persone, denaro e merci , circolazione aumentata grandemente negli ultimi anni.
Nello stesso periodo invece , dall’altro lato, nei paesi del sud Europa c’è stato un approccio molto più cauto dei consumatori, con ricorso meno importante alla moneta elettronica, perché si tratta di società più resistenti al cambiamento, nelle quali si usa maggiormente la moneta legale, spesso proprio allo scopo di conservare riserve di denaro a scopo cautelativo.
Di conseguenza la velocità di circolazione della moneta è assai più vicina alle previsioni delle banche centrali nei paesi più soggetti a declino che non negli altri per cui l’equazione monetarista secondo cui MxV=PxT dove M è la moneta V è la sua velocità di circolazione, P sono i prezzi e T le transazioni,si può forse ancora applicare in paesi come ad es. il Portogallo o altri del Mediterraneo, cioè nei paesi che sono pienamente nell’euro e dove i consumatori usano nelle transazioni molto più frequentemente le banconote.
Viceversa, a mio avviso, in molti altri paesi dell’eurosistema ed in altri ancora ai suoi margini va utilizzata un’altra equazione che comprenda anche l’incremento di moneta circolante provocato dalla grande quantità di moneta virtuale : essa potrebbe essere MxU=PxT dove U è la velocità di circolazione della moneta legale e non insieme, includendo anche la circolazione della moneta “virtuale” costituita dalle transazioni elettroniche in euro .
La gestione della moneta unica in passato non va dimenticata se si vogliono comprendere le cause delle difficoltà di molti paesi europei. Quando è stato presentato l’euro all’opinione pubblica veniva considerato un obiettivo ambizioso quello della parità con il dollaro, tant’è che in Germania si temeva di dover rimpiangere la stabilità e la forza del vecchio Marco, mentre in Italia si lasciava intendere che la nuova moneta avrebbe lasciato spazio a qualche svalutazione competitiva. Poi in effetti non è stato così e per anni l’obbiettivo principale della BCE è stato quello di primeggiare nel dar valore all’euro: campanilismo francese unito all’etica protestante tedesca?
Forse anche qualcosa di più. Infatti la difesa prioritaria della moneta e del suo valore negli scambi internazionali può essere una strategia vincente in tempi di congiuntura favorevole, soprattutto per gli attori più forti , abbastanza grandi da alimentare la domanda interna ed abbastanza evoluti per competere nell’economia globalizzata ; ecco uno dei motivi per cui l’economia tedesca è uscita grandemente rinforzata dall’introduzione dell’euro, sia in termini relativi (rispetto al resto d’Europa) che assoluti.
Tuttavia, volendo vedere lontano, la priorità data alla necessità di avere una moneta forte dev’essere poi accantonata a favore di politiche anticongiunturali in tempo di recessione, perché altrimenti si finisce con l’introdurre la crisi stessa anche in sistemi che potrebbero evitarla.
Infatti i paesi in cui la stretta del credito è stata maggiore sono anche quelli che hanno pagato un prezzo più alto alla crisi sia oggi che nel passato , basti pensare ad esempio all’Argentina che negli anni 90, pur essendo campione di ortodossia,sempre ligia alle istruzioni del FMI , non riuscì ad evitare la bancarotta.(1) Oppure può valere , con modalità diverse, ma sempre nel segno dell’ortodossia liberista, l’esempio della Francia che aveva inizialmente evitato la grande depressione del 29, ma che poi mantenne il gold standard exchange e conseguentemente elevati saggi d’interesse sul credito bancario ; queste scelte unite a politiche di riduzione della spesa pubblica finirono per indebolire l’economia francese che negli anni 20 era stata una delle più floride del mondo, facendo così subire anche alla Francia una congiuntura sfavorevole anche più a lungo di altri paesi europei assai meno solidi finanziariamente, conseguenze che attraverso politiche anticongiunturali si sarebbero probabilmente evitate.(2)
Questi gravi precedenti storici vengono oggi ignorati da chi vorrebbe imporre ad altri, nel corso di questa lunga e grave crisi, politiche monetarie restrittive, giustificandole con accuse di stampo moralistico circa i rischi derivanti da una eccessiva circolazione di moneta quale causa principale dell’inflazione e di costi ingiustificati a carico dei paesi “virtuosi”.

Oggi invece, ricerche recenti hanno dimostrato che è proprio la Germania ad aver tratto maggior vantaggio dal mantenimento di un euro forte , che ha impedito le svalutazioni “competitive” dei vicini paesi concorrenti e che le ha consentito da un lato di decuplicare l’avanzo commerciale , dall’altro di aumentare le assunzioni nel settore pubblico di centinaia di migliaia di unità, nonché di ottenere finanziamenti illimitati al debito pubblico a costo zero, grazie alla fuga degli investitori internazionali dai titoli dei così detti “PIGS”, verso i titoli di stato dei “virtuosi” paesi del nord Europa.
Forse puo’ essere comprensibile, in una logica utilitaristica, considerare questi fatti non riprovevoli né scorretti, tuttavia non si capisce perché invece in una logica comunitaria, quale dev’essere quella della UE nel rispetto dello spirito dei trattati, solo il paese più forte si possa permettere politiche economiche anticicliche di espansione della spesa pubblica, mentre i sistemi più colpiti dalla crisi debbono essere condannati a ridurla a tutti i costi immediatamente.

E’ come dire che il malato grave deve cavarsela senza il dottore perché quest’ultimo non ha tempo di occuparsi di lui, essendo impegnato a predisporre la dieta per il paziente grasso.

A cio’ va aggiunto che la spesa pubblica per servizi ed infrastrutture è gestita con più libertà dai paesi estranei all’euro ,ma interni all’unione europea , situazione questa che offre ad essi la possibilità di politiche economiche anticicliche ,ma lascia che gli eventuali eccessi di moneta prodotti nel sistema economico unificato dall’abbattimento delle barriere ricadano in termini d’inflazione su tutto il mercato unico, grazie alla libera circolazione di denaro in tutte le forme .
Questa situazione genera spinte inflazionistiche evidentemente a partire dai paesi dove la recessione non si è manifestata, perché in quei paesi la domanda resta più sostenuta grazie a redditi relativamente elevati; tuttavia gli aumenti poi dilagano anche nei paesi più colpiti dalla recessione a causa dell’internazionalizzazione delle attività commerciali e degli scambi, dove spesso “ la moneta cattiva scaccia quella buona”, nel senso che si formano spontaneamente “cartelli “ ed alleanze commerciali per evitare una reale concorrenza tra
soggetti diversi del mercato unico. Basti pensare ad esempio al settore delle RC Auto, in cui ad un primo impatto le compagnie del nord Europa facevano tariffe anche dimezzate rispetto a quelle delle compagnie italiane, mentre oggi si sono adeguate aumentando a loro volta i prezzi.
Alla luce di queste considerazioni si può sostenere che oggi è il comportamento dei consumatori di paesi del sud quello che attutisce più o meno involontariamente le spinte inflazionistiche, perché nel sud Europa si è verificato un rallentamento nella circolazione della moneta , essendo aumentata a causa della crisi economica la domanda di moneta per scopi precauzionali: infatti la popolazione oggi in Grecia, Spagna, Portogallo ed Italia cerca , quando può, di risparmiare per paura del futuro, magari mettendo denaro contante nei conti bancari dei virtuosi paesi del nord.
Solo ieri i poteri forti dei paesi risparmiati dalla speculazione finanziaria hanno pensato bene di imporre una stretta nell’offerta di moneta da parte della BCE, scelta che ha precipitato nella disperazione interi popoli accusati di non essere abbastanza virtuosi.
In realtà , nell’ attuale situazione, abbiamo nel mercato unico una offerta di moneta solo in parte sotto il controllo diretto della BCE, che però utilizza gli strumenti di rigore monetario a propria disposizione per regolare l’emissione di moneta verso i 17 paesi dell’euro, con impatto massimo delle misure restrittive su quelli del sud più tradizionalisti e più colpiti dalla speculazione finanziaria, nei quali la moneta legale rappresenta la maggior parte della moneta utilizzata nelle transazioni e dove al contempo le risorse finanziarie diventano sempre più scarse e più costose.
Allora è meglio combattere l’inflazione a spese dei paesi più poveri o finanziare la lotta alla disoccupazione giovanile attraverso investimenti europei che consentano il turn over generazionale nel mercato del lavoro ?
A me la risposta sembra logica, ma se qualcuno vuole scegliere la prima opzione si ricordi che in Europa purtroppo ci sono stati in passato molti conflitti e che si deve evitare che i giovani di domani pensino che non è sempre stato senza motivo.

Michele Partesotti

J.E. Stiglitz “La globalizzazione e i suoi oppositori” p 79
D.H. Aldcroft “L’economia europea dal 1914 ad oggi” p.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...