Lo strano signor Hitler

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Molti anni fa in un grande paese di Eurolandia scoppiò una crisi che sconvolse l’economia al punto che milioni di famiglie erano senza lavoro e lo spettro della fame si aggirava ovunque.
A quel punto un signore dall’aspetto giovanile e molto energico iniziò a predicare paese per paese che lui sapeva chi erano i colpevoli e che se lo avessero eletto li avrebbe puniti, facendo tornare la prosperità in tutto il paese.
Quel signore non raccontava a nessuno cosa voleva fare esattamente, ma continuava ad insisitere che la nazione sarebbe diventata grande e ricca più che mai sotto il suo governo. I cittadini all’inizio non gli davano molto ascolto, anche perchè aveva uno sguardo strano, ma col passare del tempo convinse più di qualcuno, anche perchè organizzava adunate grandiose con tanti giovani in festa che accorrevano da tutte le parti.
Poichè la crisi economica non finiva mai i governi cadevano e si doveva tornare continuamete alle urne, e quel signore dallo sguardo magnetico diventava sempre più potente.
Alla fine ce la fece, arrivò primo alle elezioni e proclamò il III Reich!
Si avete capito bene, quel signore si chiamava Hitler

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Sviluppo insostenibile

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La ricchezza in più prodotta grazie alle nuove tecnologie applicate alla produzione industriale permette di aumentare il reddito monetario disponibile, perché nel momento in cui viene immessa in circolazione essa si trasforma in risorse finanziarie. Riuscire a stabilire esattamente dove questo denaro finisca è improbabile data la complessità dello sviluppo economico seguito alla globalizzazione.
Il fatto che sfugge più frequentemente riguarda il modo in cui questo reddito in più , che ha cominciato ad essere disponibile da quando l’automazione ha rivoluzionato la produzione, è stato immesso e redistribuito nel sistema economico.
Quest’ analisi era fattibile e dava luogo ad un dibattito sulle scelte di politica economica fino a che si aveva come riferimento un sistema economico chiuso in un territorio continentale o parzialmente globalizzato e dotato almeno di regole omogenee come nel caso del mercato comune europeo.
Diventa più difficile capire adesso come viene distribuita la ricchezza tra i diversi sistemi produttivi quando, come oggi, siamo davanti ad una grande frammentazione dei contesti sociali, economici , monetari e giuridici, anche perché in questo quadro, in cui spesso le aziende si sono internaziona-lizzate, la ricchezza in più generata dalla riorganizzazione della produzione fugge continuamente dai territori dove è stata prodotta per cercare terreni meno costosi e più fertili da sfruttare.
A questo proposito anche le scelte di politica doganale verso i mercati esterni, materia questa di competenza esclusiva UE, devono concretizzarsi attraverso dei regolamenti che tengano conto della compatibilità delle politiche doganali con il perseguimento delle finalità politiche ed economiche per il raggiungimento degli obiettivi di integrazione economica per cui è stata istituita l’Unione.
Mi riferisco all’automaticità con cui si applicano i principi del mercato liberista verso i paesi che vogliono solo esportare nella UE, paesi che attuano invece per parte loro politiche economiche sostanzialmente mercantiliste sul piano delle importazioni, consistenti nella continua svalutazione delle loro monete.
La contraddizione è ancora più stridente se si considera che le condizioni ed i limiti che vengono invece imposti solo verso le produzioni fatte in Europa, ed in particolare nei paesi che hanno aderito all’Euro, sono fonte di costi ineludibili per le aziende europee, mentre spesso le merci importate anche da paesi limitrofi sono prodotte in contesti senza regole riguardo la spesa pubblica, gli aiuti dello stato ai privati , la tutela dei soggetti deboli ed il rispetto delle risorse ambientali .
I vincoli sulla spesa e sugli aiuti di Stato alle imprese, l’imposizione fiscale crescente sulle imprese e sulle famiglie, la tutela della dignità e della sicurezza sul lavoro nonché il rispetto dell’ambiente, sono oneri che i produttori e d i cittadini europei hanno accettato per rendere sostenibile una qualità della vita migliore, ma unilaterali e fonte di concorrenza sleale dall’esterno quando subito al di là dei confini della UE vengono ignorati da paesi che hanno libero accesso ai mercati e alle risorse finanziarie europee .

Benvenuta sinistra!

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Sono un insegnante di scuola secondaria superiore e mi ha impressionato favorevolmente la competenza con cui è stato scritto il programma “Benvenuta sinistra” pubblicato da Sinistra Ecologia e Libertà, soprattutto per ciò che riguarda la scuola.
Concordo soprattutto quando partite dalla considerazione che la scuola va ricostruita a partire dagli immobili. Essi vanno ristrutturati dappertutto perchè gli spazi adeguati sono indispensabili per una didattica di qualità. La situazione in cui ci troviamo al nord non è per fortuna drammatica come quella di cui sentiamo parlare in molte regioni del sud, tuttavia assistiamo ad una dinamica riformista contraddittoria che ci mette in crisi anche dove, come nella mia scuola, gli spazi sono “belli”.
Abbiamo assistito ad un lungo processo riformatore che ha messo al centro di tutto l’autonomia delle Istituzioni scolastiche, ponendo come strumento didattico per realizzarlo la progettazione del POF , che richiede di destinare ai progetti il 20% del tempo scuola. Poi negli Istituti tecnici e professionali si sono aggiunte circa il 30% di disponibilità dell’orario per realizzare le quote di flessibilità decise dalle regioni. A questo quadro di riforme difficili da realizzare nell’orario curricolare si è poi aggiunta la riduzione di circa il 10% dell’orario di lezioni deciso dalla Gelmini, che non ha revocato gli obblighi di realizzare l’autonomia delle Istituzioni scolastiche così come previste dal DPR 275/99 e dalla normativa ad esso collegata.
Per completare il quadro abbiamo visto alzare il numero di allievi per classe a 30 , dove nelle scuole più moderne le classi sono state concepite per 20 alunni e siamo ad operare in presenza di forte disgregazione del quadro sociale, economico e familiare.
Queste condizioni istituzionali , materiali e sociali compromettono la possibilità di avere un sistema d’istruzione e di formazione che rigeneri bene ovunque il “capitale umano” , risorsa indispensabile in una logica di sviluppo che voglia attirare investimenti privati nel sistema economico.

Le carceri

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Un’indagine  nelle carceri italiane afferma che “L’opinione pubblica si è convinta che l’indulto sia stato un fallimento, ma lo studio dei tassi di recidiva dei detenuti rimessi in libertà ci dice l’esatto contrario: sono scesi al 27 per cento, contro il 68 per cento riferibile al periodo di sette anni precedente l’indulto.Si tratta di un calo superiore al 50%” (Citato da Roberto Malini sul sito “prospettiva legale”)
Se a questi dati aggiungiamo quelli sugli stupri (pare che il 50% dei giovani li debba subire) , sui suicidi (53 detenuti in un anno),sul sovraffolamento (142,5% secondo l’associazione Antigone), non ci sono dubbi che si debbano trovare misure alternative al carcere.
Allora siccome la Costituzione all’art. 27 prescrive che nessuno può essere considerato colpevole fino a condanna definitiva, è decisamente necessario applicare misure alternative al carcere almeno per chi è in attesa di giudizio e per chi è stato condannato per la prima volta in primo grado.
Un’ipotesi che mi torna spesso in mente è quella di attrezzare le ex caserme a centri di studio e di lavoro per detenuti non recidivi in attesa di giudizio e di condanna definitiva. E’ una soluzione che permetterebbe di decongestionare le carceri senza rimettere in libertà tutti e quindi più praticabile dell’indulto sul piano politico.
La spesa non sarebbe eccessiva se si considera il risparmio che in alcuni anni si potrebbe poi avere riguardo i costi per la repressione del crimine e per i danni evitati grazie alla diminuzione dei reati.

Il governo dell’economia

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La politica economica dev’essere intesa come il governo migliore dei mezzi per realizzare il bene della comunità e deve essere perciò legata tenacemente al territorio ed ai cittadini ; di conseguenza deve subordinare le proprie scelte alla sostenibilità nell’impiego delle risorse.
Gli operatori economici diversi dallo stato sono in linea di principio liberi di reperire e di collocare le loro risorse dove meglio credono, ma dev’essere recepito ed applicato il principio costituzionale della funzione sociale dell’impresa, in modo da legare gli investimenti principalmente al territorio ed all’area in cui vengono realizzate le produzioni.
Oltre ad essere una scelta necessaria sotto il profilio civile e costituzionale , si tratta anche di una modalità di fare impresa economicamente funzionale allo sviluppo duraturo, perchè la costruzione ed il mantenimento di distretti, cioè di aree ad alta densità produttiva e di specializzazione, è un processo che richiede decenni di interazione tra imprenditori, famiglie, stato ed istituti di credito. Smantellare tutto per spostare gli investimenti e la produzione dove il profitto è più elevato nel brevissimo periodo provoca un danno grave alla società e dev’essere un evento limitato ai casi in cui le condizioni rendano effettivamente impossibile il profitto, situazione che in realtà non dovrebbe nemmeno sussistere .
Se non si comincia a rendere prescrittivo il principio costituzionale della funzione sociale dell’impresa si rinuncia anche a rendere possibile l’uguaglianza sostanziale dei cittadini ed il diritto al lavoro, il che ci porterà a conseguenze sociali ed economiche incontrollabili : la prospettiva è l’avanzata del deserto, la desertificazione della società e se non ci aiuta la natura alla fine anche del territorio.
Si deve quindi evitare che l’esportazione unilaterale e continua di capitali impoverisca in modo drammatico le regioni da cui le risorse provengono.