La sanità

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Nel caos post elettorale di questi giorni ci si è dimenticati completamente, tra le altre cose, del problema della sanità pubblica.
E’ un tema importante ed urgente , più ancora che per motivi finanziari, per l’iniquità del trattamento verso i malcapitati senza raccomandazioni o senza denari.
Una situazione fonte di morti e di sofferenze evitabili con una nuova organizzazione del servizio,che rinnovi il personale medico, mettendo al centro la professionalità e l’impegno nella struttura pubblica dei dipendenti, a partire da quelli con posizioni apicali.
Una politica del personale innovativa deve superare l’ambiguitò di chi, nelle pubbliche amministrazioni, opera sia nel pubblico che nel privato, per dar valore alle energie interne e per inserire i giovani
Michele Partesotti

Qualità Sostenibile

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Come coniugare la necessità di tornare a crescere delle nazioni, spesso indebitate, post-ricche o non ancora ricche, con la necessità di convivere con l’irresistibile avanzata delle nuove grandi potenze industriali ?
Bisogna considerare che nel lungo periodo le importazioni di beni di consumo a basso prezzo possono anche essere un freno alla crescita, perché sono possibili grazie ad esportazioni di capitali, di tecnologie e di know how che lasciano spesso un grande vuoto in termini di risorse umane qualificate , di investimenti-occupazione e di entrate fiscali. Inoltre spesso il basso prezzo dei prodotti importati dai paesi orientali non contribuisce , come si potrebbe immaginare, a far diminuire o a calmierare l’inflazione, perché si inseriscono nella distribuzione scelte di marketing che traducono i bassi costi delle importazioni solo in margini elevati per i commercianti.
Per finire si deve ricordare che la logica economica classica vuole che dove conviene importare ad es. il vino ed il grano conviene cessare semplicemente di produrlo in loco, logica questa perfettamente compatibile con una dinamica speculativa di accumulazione , ma pericolosa sotto il profilo della valorizzazione delle proprie risorse economiche e nell’ottica della capacità di produrre per il proprio fabbisogno.
Le scelte che si impongono al di fuori di una logica strettamente capitalista sono quelle di dar valore alle produzioni ottenute nel rispetto dei diritti delle persone e dell’ambiente , quelle di valorizzare i nuclei tecnici delle imprese a forte intensità di capitale e tecnologia ancor oggi esistenti nei distretti produttivi dei paesi avanzati, grandi e piccole aziende in grado di produrre innovazione al di sopra della capacità competitiva dei paesi con forte tasso di crescita quantitativo, ma bassissimo sviluppo sociale.
Si può forse pensare che la morte di una foresta in seguito alla messa a coltivazione di cereali non sia un evento apocalittico, ma non che la distruzione di know how e di relazioni culturali e sociali che segue l’abbandono d’interi distretti industriali siano eventi che non lasceranno il segno nella nostra civiltà.
E’ necessario allora pensare a misure di tipo alternativo, che si possono progettare ispirandosi anche all’evoluzione storica del mercato unico europeo costituitosi dall’ inizio degli anni ’90. Si è trattato allora di uno sforzo basato innanzi tutto sull’armonizzazione della regolamentazione tecnica all’interno dei 12 paesi comunitari, il che ha poi consentito di abbattere le barriere doganali in un contesto economico dove le regole della concorrenza erano fortemente sotto controllo.

Ci si deve quindi orientare verso un mercato globale con comuni regole per la concorrenza , scritte e non , ma per realizzare un sistema di mercato meno disomogeneo il problema che si pone è quello di diversi costumi, diversi ordinamenti giuridici e diversi sistemi politici.

D’altro lato non si deve tornare al protezionismo per imporre prezzi alti attraverso dazi indiscriminati per tutte le merci che provengono ad esempio da paesi grandi come la Cina e l’India , misure che oltre ad essere di scarsa efficacia, a causa della persistente svalutazione monetaria dei paesi emergenti , è impensabile anche per l’insostenibilità nel medio e lungo periodo di un regime protezionistico, che finirebbe col coltivare l’arretratezza tecnologica, culturale ed organizzativa del sistema industriale protetto.
Inoltre oggi innalzare barriere doganali si risolverebbe in tempi lunghi in un nuovo aumento delle rendite parassitarie internazionali e nazionali di imprenditori e di operatori commerciali che si abituerebbero ad operare senza rischi.
Quindi un contesto protezionista ridarebbe fiato alla speculazione interna in quanto imponendo dazi si arricchirebbero i produttori nazionali senza stimolo per la competitività e l’innovazione, eliminerebbe cioè ciò che si vuole difendere: una concorrenza regolata e di stimolo allo sviluppo.
Infine da una logica protezionista deriverebbe la spinta alla speculazione nel commercio verso i paesi più poveri esportatori solo di materie prime o specializzati in un unico tipo di produzione agricola per sfruttarne meglio le risorse a basso costo.
Tuttavia credo sia un errore anche cercare, ammesso che sia possibile, di spingere subito verso una rivalutazione monetaria i paesi con forte crescita economica , al fine di compensare gli squilibri tra esportazioni ed importazioni attraverso il sistema dei cambi internazionali

Infatti se si riuscisse a far aumentare sensibilmente il valore delle monete cinese, indiana o turca, si darebbe più valore agli investimenti e alla produzione di quei paesi e si aumenterebbe ancora il volore degli investimenti in tecnologia in quei paesi , rischiando di rendere irreversibile il declino dei paesi occidentali, senza a mio avviso frenare significativamente le loro esportazioni, perché ormai moltissime grandi imprese hanno delocalizzato in essi e molti paesi occidentali non sono più in grado strutturalmente di sostenere tutta la produzione manifatturiera necessaria per rispondere alla domanda interna.
Non è inoltre certo che ad una rivalutazione di quelle monete si accompagnerebbe un aumento automatico delle importazioni da quei paesi, poichè oggi essi hanno sistemi industriali in grado di soddisfare in gran parte la domanda interna di prodotti necessari a soddisfare i bisogni primari e quelli secondari basilari. Ciò che si deve incoraggiare è anche là un modello di sviluppo basato su una distribuzione più equa della ricchezza, che generi una domanda diffusa di benessere, entro cui si possano inserire anche i beni ed i servizi dei paesi più ricchi.

Un soluzione per non soccombere in questa lunga fase di transizione verso un’economia globale con meno squilibri mi sembra poter essere quella di valorizzare l’apporto alla qualità della vita che è in grado di dare la qualità dei prodotti e dei servizi ottenuti grazie a know how aziendali e reti di formazione territoriale, oltre naturalmente all’innovazione tecnica delle imprese a forte intensità di capitale esistenti nei paesi avanzati, aziende grandi e piccole ancora in grado di produrre e di innovare al di sopra della capacità competitiva dei paesi con forte tasso di crescita quantitativo, ma bassissimo sviluppo politico e sociale.

D’altro lato si deve considerare anche che è destabilizzante difendere il valore di valute già molto forti per tutte le aziende che devono esportare in tutto il mondo e che una moneta troppo forte indebolisce il sistema produttivo nel suo insieme, poichè nel mercato unico europeo convivono paesi manifatturieri dominanti sotto il profilo tecnologico, con altri che hanno mantenuto una forte presenza in comparti dove i processi produttivi ed i prodotti sono invece a bassa tecnologia.
In questo contesto, porre l’accento sulle politiche economiche rigorosamente liberiste, dove i vincoli e le regole esistono solo per i paesi del contesto europeo, oppure su politiche economiche incentrate sul pareggio del bilancio, che mirano a rafforzare la moneta, fa aumentare e concentra ricchezza e sviluppo in una parte d’Europa, lasciando declino e disoccupazione dall’altra; ma non era questo l’obiettivo che si era prospettato agli elettori nel momento in cui essi hanno approvato la creazione del mercato unico e l’istituzione dell’Unione Europea.
Inoltre non è questo nemmeno l’interesse nel lungo periodo dei paesi più ricchi; il futuro sviluppo di queste premesse è che lasciando evolvere questa situazione anche paesi come la Francia prima e la Germania dopo , anche essi si troveranno in un contesto di declino che farà flettere la domanda dai paesi limitrofi , obbligando i governi a dover gestire costi sempre più alti per gli ammortizzatori sociali, per la sicurezza e per la ristrutturazione degli apparati produttivi. Infatti una moneta molto forte ed un contesto di mercato europeo debole spingerà i paesi manifatturieri più ricchi in una escalation nella ricerca di spazi di mercato su produzioni sempre più costose in termini di innovazioni di processo e di prodotto, non sempre gestibili in modo vincente sui mercati lontani.
Quindi il problema non riguarda soltanto una evidente contraddizione politica e giuridica rispetto ai principi che hanno ispirato gli accordi istitutivi UE , poiché il rischio di declino investe a mio avviso qualunque sistema economico che faccia del valore della propria moneta un assioma della politica economica .
Infatti insistere sul rafforzamento o nella difesa della moneta significa creare un mercato monetario protetto da continui interventi della Banca centrale, attraverso interventi che indeboliscono le risorse finanziarie del sistema pubblico a scapito di investimenti in infrastrutture, finendo con lo spostare le risorse necessarie dagli investimenti pubblici e privati ai mercati finanziari, dove queste risorse vengono poi fagocitate da speculatori internazionali o dirottate verso rendimenti parassitari del sistema bancario.

Il mercato unico europeo, istituito prima dell’Unione Europea, aveva invece anche forti connotazioni di politica economica comune in quanto i paesi membri intendevano fin dall’inizio moltiplicare gli scambi agevolando la mobilità di merci e persone all’interno di un sistema economico aperto , ma fortemente regolamentato: per farlo allora è stato utilizzato lo strumento giuridico delle direttive , quello politico dell’armonizzazione e quello tecnico- amministrativo del reciproco riconoscimento delle certificazioni.
Questa esperienza di successo potrebbe secondo me ispirare politiche di mercato molto più delle politiche monetarie conservatrici che oggi hanno un esito incerto e foriero di tensioni internazionali perchè la difesa ad oltranza della forza della moneta finisce col generare tensioni nell’approvvi-gionamento di risorse naturali, in un contesto geo politico globale di scarsità di risorse naturali

Tornando a pensare quindi ad un mercato globale con comuni regole per la concorrenza , scritte e non , il problema che si pone è quello di diversi costumi, diversi ordinamenti giuridici e diversi sistemi politici.
In un quadro così frammentato e segmentato si deve riuscire pensare ad un “contesto” più ampio, raggiungibile attraverso un processo di astrazione dei principi che devono ispirare la politica economica, verso valori comuni.

Non si tratta di fare dell’economia una religione politica, ma di metter al centro di un progetto di rilancio dello sviluppo principi e valori condivisi , e lo si può fare pensando ad un mercato “civile”, fondato su una competizione sostenibile e non sostitutiva, su un’accumulazione reinvestita almeno in parte in loco, su una divisione del lavoro che valorizza ed include tutti,nel rispetto di quelli che sono poi i principi costituzionali:
– Diritti naturali della persona umana
– Difesa dell’ambiente e prevenzione di catastrofi naturali
– Uguaglianza sostanziale

Per fare tutto questo si deve portare il principio della tutela della concorrenza alle sue conseguenze necessarie in un contesto globalizzato: si deve cioè ideare un “marchio di qualità sostenibile”, certificato da enti privati ed agenzie europee, che obblighi le imprese internazionali e/o globalizzate a produrre nel rispetto di valori come la sicurezza , la tutela dell’ambiente e la dignità di chi lavora.
Attivare un sistema di qualità certificato che si basi sul rispetto dei diritti e dell’ambiente darebbe modo anche di organizzare la produzione basandosi su relazioni umane fondate sul rispetto delle persone
La scelta di un’organizzazione del lavoro fondata su relazioni umane ,non è una novità perché ci rimanda alla famosa teoria sperimentale di E. Mayo degli anni 30, tuttavia essa mantiene una sua potenzialità innovativa perchè è intrinsecamente compatibile con un mercato civile basato anche sulla reciprocità , il che può portare ad incrementi di produttività se gestita correttamente, attraverso una migliore partecipazione, condivisione e collaborazione dei soggetti coinvolti dentro e fuori la fabbrica, naturalmente a condizione di una equa distribuzione della ricchezza.
Si tratterebbe insomma di ideare e di certificare un modello di qualità sostenibile che tenga conto di:
1. Rispetto della salute nel luogo di lavoro
2. Rispetto della dignità dei lavoratori in termini di equa retribuzione e libertà di associazione
3. Rispetto dell’ambiente esterno
4. Tracciabilità delle materie prime e dei semilavorati
5. Definizione di standards che tengano conto, a seconda del tipo di prodotto , di utilità,
durevolezza, praticità ed estetica/gradevolezza

Va da sé che le aziende che non si conformassero a questo standard si porrebbero su un piano di forte scorrettezza rispetto alle regole della concorrenza ed andrebbero sanzionate o escluse dal mercato. In questo caso si dovrebbero attivare discriminazioni in entrata, attraverso aumenti dei dazi doganali graduati a seconda della gravità delle violazioni, ma si potrebbero anche applicare degli aumenti di imposte indirette al consumo per compensare i vantaggi di mercato ottenuti impropriamente da aziende che abbassano i costi attraverso bassissime retribuzioni, distruzione dell’ambiente, sfruttamento del lavoro femminile e minorile, etc. .
Questa visione, a mio modo di vedere, ci può mettere veramente al riparo da modalità di sfruttamento delle risorse che falsano le condizioni per avere una competizione equa , perché discriminando le aziende scorrette si può riuscire a realizzare efficacemente un sistema basato sulla concorrenza efficace.

Inoltre il rispetto dei diritti e della natura, elevati a criteri discriminatori per porre un freno a pratiche distruttive, è un imperativo dal quale non ci si può scostare senza pagare un prezzo.
Il prezzo che si paga oggi in un sistema di mercato internazionale senza regole è la distruzione dell’ambiente, il consumo totale di tutte le risorse del pianeta, la disoccupazione giovanile di massa con la tendenziale estinzione economico-sociale di interi popoli , il crollo dello stato sociale e probabilmente la guerra, che ha sempre seguito storicamente il dilagare di queste condizioni.
Meglio allora progettare un sistema di scambi internazionali regolamentato attraverso ad esempio l’intervento di agenzie, di organizzazioni internazionali, che abbiano una forte funzione di controllo.
Il marchio di qualità sostenibile già sopra ipotizzato, dovrebbe diventare il risultato di una vera e propria certificazione tecnica fatta da istituti riconosciuti internazionalmente in base a standards che tengano conto di parametri rapportati al potere d’acquisto dei lavoratori, alla qualità e quantità delle immissioni ambientali ed ai rischi per la popolazione , al rispetto della salute e delle libertà fondamentali in ambiente di lavoro. Si dovrebbe progettare una certificazione che stabilisca delle soglie per l’ammissibilità dei prodotti e le condizioni a partire dalle quali si possano applicare progressivi dazi doganali .
Inoltre la definizione intelligente dei parametri di qualità per ogni tipo di bene di consumo può permettere di premiare sul mercato i prodotti veramente idonei a soddisfare i bisogni dei consumatori, penalizzando quelli che sono invece frutto di una spinta consumistica ormai sempre più insostenibile sotto il profilo ambientale, economico e sociale.
Uno strumento pratico potrebbe essere il sistema di certificazione della qualità , utilizzato in passato da molte aziende private per recepire ed adattarsi all’armonizzazione delle normative e degli standard tecnici europei
Un sistema di certificazione condiviso dagli imprenditori europei e normato dalle agenzie dell’UE può diventare lo strumento di discriminazione “equo” che spinge verso lo sviluppo sostenibile globale. A questo punto però nascerebbe il solito problema: chi certifica i certificatori su scala globale ?
Dunque per non dare spazio a nazionalismi egemonici bisognerebbe progettare un sistema internazionale di certificazione non dei prodotti, non dei sistemi economici, ma delle compagnie produttrici , marchio per marchio, azienda per azienda, prodotto per prodotto, in modo da garantire i consumatori da un lato e mettere in condizione di parità i concorrenti del mercato globale dall’altro lato riguardo i vincoli sul prodotto, sul processo, sulla tutela del lavoro e sul rispetto di salute ed ambiente.
Forse si tratta di una prospettiva utopica , ma la realtà contingente ci obbliga a cercare soluzioni veramente nuove per aggredire una crisi che continua a logorare grandi risorse .
Questa ipotesi di certificazione europea di qualità sostenibile potrebbe veramente armonizzare le condizioni di mercato , senza rischi di sconvolgimenti continentali epocali causati dagli squilibri nelle regole e dalla mancata tutela della concorrenza sul piano qualitativo e della sostenibilità.
Se venisse creata una rete internazionale di agenzie di certificazione fondate sul principio del reciproco riconoscimento , si potrebbero accreditare marchi di tutti i paesi per rendere possibili politiche di armonizzazione delle condizioni di concorrenza sui mercati che permettano di discriminare tra marchi virtuosi e non, dando modo poi ai governi di accentuare o diminuire di volta in volta il carico fiscale verso le aziende meno virtuose, in termini di imposte indirette (per la produzione interna ), o di dazi per i prodotti importati, ma senza mai arrivare a soluzioni protezionistiche discriminatorie verso interi paesi o intere aree geopolitiche.

Penso che questa idea si debba concretizzare in un progetto anche perché risponde ad esigenze improrogabili in termini di tutela dei diritti che, se riconosciuti, nel medio termine possono dare impulso allo sviluppo, moltiplicando le relazioni economiche in modo virtuoso e non distruttivo e dando finalmente una spinta in tutto il mondo alle scelte per la tutela dell’ambiente.

Le idee “nobili” che nel secolo scorso hanno ispirato e guidato milioni di uomini nelle loro scelte
politiche oggi hanno perso il loro orizzonte , la loro fattibilità.

Il socialismo e la social democrazia necessitano di risorse finanziarie pubbliche che lo Stato fatica sempre più ad avere in misura sufficiente, soprattutto nei paesi emarginati o soggetti a declino.
La liberaldemocrazia ed il neo liberismo hanno generato mercati senza regole dove i diritti dei lavoratori e dei disoccupati sono calpestati in modo sempre più drammatico ed insopportabile.

La ricerca di una forma di economia che permetta di riprodurre una società basata sulla reciprocità deve passare attraverso nuove regole per il mercato ed un rinnovamento strutturale delle pubbliche amministrazioni, scelte che devono essere ispirate dai valori che si esprimono attraverso i diritti costituzionali come : eguaglianza sostanziale, progressività dei tributi, centralità della famiglia, funzione sociale della proprietà ed utilità sociale dell’impresa,tutela del risparmio, diritto alla casa , sostegno alla cooperazione , diritto/dovere al lavoro, tutela dei soggetti più deboli, democrazia, decentramento ed autonomia delle Pubbliche Amministrazioni.
Questi principi devono essere tradotti in realtà continuamente, per escludere finalmente scelte di mercato senza regole sulla proprietà e sull’impresa, nonché politiche economiche che non si curano della disoccupazione.
Devono cessare le politiche che lasciano la libertà di distruggere l’ambiente e di abbandonare le opere d’arte per lasciar fare alla corruzione ed al malgoverno, le politiche che consentono una competizione , detta “libera concorrenza” , che è in realtà libera solo di smantellare aziende concorrenti le quali potrebbero essere invece spesso ristrutturate con beneficio di tutti.