Italicum o porcellinum ?

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Una legge elettorale che funzioni bene non può prescindere dalla coerenza con i principi costituzionali e democratici, così come un comportamento mite ed educato è propedeutico al rispetto delle regole, anche di quelle dello Stato.

Se è vero che la negazione del diritto a scegliere i propri candidati non è coerente con il principio della rappresentanza,

se è vero che una barriera d’ingresso elevata impedisce la rappresentanza di quote anche importanti di elettori,

se è vero che il premio di maggioranza non permette di avere un voto uguale perchè aumenta il peso del voto di chi ottiene il premio,

se è vero tutto questo allora è vero anche che la nuova legge elettorale  è poco democratica e sostanzialmente incostituzionale.

Allora come cittadino elettore sostenitore della Costituzione e della democrazia propongo che la nuova legge elettorale, così simile a quella che l’ha preceduta, ne erediti anche il nome, almeno in parte.

Digitalizzazione pubblica

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La tecnologia informatica ed il potenziamento dei servizi agli utenti gestiti in modo verticistico per produrre immediatamente un incremento nell’ output, genera una caduta della qualità ed un incremento dei costi.

Faccio l’esempio del registro elettronico , introdotto con grande vigore dai dirigenti dell’istruzione pubblica di tutti i livelli con l’avallo dei politici che si sono succeduti, senza esercitare una vera funzione d’indirizzo sulla burocrazia che pure dovrebbero governare.

L’esperienza cui faccio riferimento è quella dell’imposizione del passaggio immediato al documento elettronico , agli insegnanti prima che all’amministrazione (come vorrebbe la legge), non solo per le comunicazioni alle famiglie , ma anche per la gestione delle proprie attività didattiche.

Senza dimenticare che gli insegnanti, per legge, sono addetti alle relazioni e non alle comunicazioni con le famiglie , si è informatizzato immediatamente il registro elettronico di classe con largo anticipo rispetto all’informatizzazione dei documenti della pubblica amministrazione, che invece dovevano essere i primi ad essere digitalizzati : la legge prevede da tempo sia l’archiviazione dei dati delle pubbliche amministrazioni in formato digitale, che l’emissione di documenti e certificati ai cittadini in modo informatizzato, ma si è voluto precorrere i tempi nella scuola e a carico dei docenti, che pure non sono addetti a funzioni amministrative.

Il registro elettronico è uno strumento utile ed anche indispensabile, ma c’è voluto qualche anno perché alcuni dirigenti intuissero che andava introdotto con gradualità, provocando disagi e grandi perdite di tempo sia durante le lezioni che nella preparazione degli scrutini e nella compilazione dei documenti.

Alcuni esempi:

  • Impossibilità di mettere nel registro dell’insegnante annotazioni diverse dai voti predefiniti
  • connessioni internet che s’interrompono anche 4 – 5 volte in un’ ora di lezione
  • connessione al registro in classe che si interrompe automaticamente dopo 5 minuti per motivi di “sicurezza”
  • necessità di inserire ogni volta 4 codici diversi di accesso
  • computer malfunzionanti
  • software che non introduce automaticamente le assenze, con la necessità di controllarle a parte
  • impaginazione dei voti per settimana, con la necessità, per controllarli, di scorrere decine di schermate
  • impossibilità di correggere i voti senza l’autorizzazione del dirigente
  • etc.

Alcuni di questi cattivi esempi di organizzazione del lavoro sono stati per fortuna corretti, altri mi auguro che lo saranno.

Quello che resta da fare , al di la di giustificabili, ma sterili vittimismi, è riflettere sulle implicazioni di tutto questo.

Innanzi tutto si sono spostate le professionalità di docenti esperti verso forme di comunicazione che richiedono profili professionali, tempi e luoghi di lavoro diversi. Poi si è tolto uno strumento didattico flessibile collaudato come il registro personale del docente , per sostituirlo con un altro che fino ad ora non è stato concepito in modo da produrre vantaggi per chi lo utilizza. Inoltre le modalità con cui si usano questi strumenti per la valutazione finale ed intermedia producono “doppioni” quando è necessario, dopo aver calcolato il voto, compilare almeno 3 tavole elettroniche diverse: 2 individualmente e una collegialmente, in aggiunta ai verbali ed ai tabelloni dei voti scritti su carta durante gli scrutini.

Queste modalità di operare portano a grandi sprechi di tempo e di professionalità.

Quindi per aumentare i servizi all’utenza, incrementandone la qualità e contenendone i costi, è meglio non pensare solo ad un forte incremento immediato della quantità di servizio, ma contestualmente anche ai vantaggi che la tecnologia deve consentire in termini di risparmio di tempo e di soddisfazione per gli addetti ai lavori: in questo modo si avrà anche un miglioramento nell’affidabilità del prodotto

Michele Partesotti

Inflazione, lavoro e investimenti

Digressione

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Una domanda forte e costante di beni durevoli combatte quella che in una logica keynesiana e’ una delle maggiori cause della disoccupazione: l’incertezza dell’investitore.

La stabilita’ del potere di acquisto favorisce la domanda di beni durevoli.

Gli investimenti per produrre di piu’ e a maggior valore aggiunto sono conseguenza di scelte influenzate dal costo dei finanziamenti e dalla domanda di beni durevoli.
In condizioni di sotto occupazione l’aumento della spesa pubblica non genera inflazione, ma crescita economica e in questa situazione i flussi monetari precedono e sostengono i flussi reali, quelli produttivi.

In estrema sintesi non si deve temere di veder aumentare gli interessi sui prestiti  a causa  di un’ inflazione causata dall’incremento della circolazione monetaria, perchè l’effetto inflattivo dell’aumento della circolazione monetaria e’ nullo quando la moneta viene utilizzata per investimenti che sostengono sia la domanda che la produzione, spostando verso l’alto il punto di equilibrio macroeconomico tra produzione e domanda .
In condizioni di stagnazione e grave sottoccupazione l’inflazione scende (in base alla curva di Phillips) e pertanto il rischio d’inflazione è inversamente proporzionale all’ utilizzo della capacita’ produttiva potenziale del sistema economico.
Allora bloccare la spesa pubblica, una spesa pubblica qualitativamente selettiva, è utile solo per chi vuole speculare sulle disgrazie altrui ,
Oltretutto l’aumento della produzione e dei consumi che segue gli investimenti pubblici è l’unico strumento efficace per mettere davvero sotto controllo il rapporto deficit – pil , attraverso un aumento del gettito fiscale reso possibile dall’aumento della produzione e non da interventi coercitivi.

Quindi , invece di tenere a freno i tassi d’interesse attraverso una improbabile programmazione monetarista  dell’inflazione, e’ urgente distribuire ricchezza, ma non in modo sporadico, bensi’ attraverso redditi da lavoro a tempo indeterminato, perche’ cosi’ si indirizza il risparmio, che e’ un’antidoto “naturale” contro l’inflazione, verso il consumo di beni durevoli .

In sistemi economici dove i consumatori hanno una vocazione al risparmio la stabilità del potere d’acquisto incrementa la domanda di beni durevoli senza scatenare l’inflazione e si creano così le condizioni per aumentare gli investimenti e la produzione, fino a quando esiste capitale tecnico ed umano di qualità a disposizione.

M.P.