TAGLIARE NON SI PUO’

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austerityl

L’art 120 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea stabilisce che

“Gli Stati membri attuano la loro politica economica allo scopo di contribuire alla realizzazione degli obiettivi dell’Unione definiti all’articolo 3 del trattato sull’Unione europea”

L’art 3 del trattato sull’Unione Europea in ambito di politica economica stabilisce che

“..(L’Unione)  Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato
su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale,..”

A proposito d’incremento del reddito , il più geniale economista che si sia occupato di recessione di un’economia capitalista – J.M.Keynes – ha scritto tra l’altro  che

“..il potere d’acquisto aggregato di un paese può essere aumentato solamente 1) con un incremento di spesa della comunità finanziata con prestiti 2) con il miglioramento della bilancia commerciale , in modo tale che un’ampia proporzione della spesa corrente si trasformi nuovamente in reddito nelle mani dei produttori interni.  

C’è comunque una grande differenza tra i due metodi , poichè soltanto il primo è valido per il mondo nel suo insieme. Il secondo significa semplicemente che un paese sta assorbendo occupazione e potere d’acquisto a spese del resto del mondo..”

Tutto questo spinge a considerare come un “boia” dello sviluppo e della crescita  chi propone tagli anche alle spese per investimenti e per erogare servizi pubblici che incrementano il valore del reddito, in periodi di grave recessione e stagnazione, nella maggior parte dei paesi.

E’ urgentissimo invece avviare dei massicci programmi di prestiti per investimenti pubblici selettivi sia dal punto di vista della qualità che da quello della destinazione geografica. Gli investimenti ed i prestiti , anche sotto forma di agevolazioni fiscali per nuovi investimenti privati, devono mirare a salvare i distretti e le aziende delle aree soggette a declino, cioè quelle dove si sta sedimentando un equilibrio di sottocupazione che logora le risorse umane e produttive.

Oggi lasciar fallire un’azienda o un distretto produttivo non significa più lasciare che nuove aziende più efficienti sostituiscano quelle obsolete, perchè le produzioni che si perdono verranno sostituite da produttori esterni, probabilmente extreuropei.

Allora mutatis mutandi 

siccome il così detto patto di stabilità non ha l’autorevolezza di un trattato, e siccome il

“Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’unione economica e monetaria” dal quale il patto di stabilità trae legittimazione all’art 2 co 3 stabilisce che

“ Il presente trattato si applica nella misura in cui è compatibile con i trattati su cui si fonda l’Unione europea e con il diritto dell’Unione europea…  ”

 il patto di stabilità non solo va ridiscusso alla luce del sole , ma va proprio sospeso sine die-

Prof. Michele Partesotti

 

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2 pensieri su “TAGLIARE NON SI PUO’

  1. antonio

    Tutti questi trattati non solo sono in contrasto con altri trattati e le norme imperative internazionali che tutelano i diritti inviolabili dell.uomo ma anche con tutte le costituzioni nazionali .Se gia l.u.e e basata su questa illogicità non capisco quale prosperità e sviluppo possa portare stante che le politiche monetarie ed economiche sono decise da banche private e non dai parlamenti .Qualsiasi potere legislativo e concesso ai parlamenti e ai popoli sovrani e non a organismi sovranazionali privati.dunque non vedo nessuna democrazia in questa unione europea.D.altronte non si può parlare neanche di limitazioni di sovranità concesse dallo stato italiano perche i diritti e i doveri comprese le tasse lo sviluppo economico sono assai differenti fra uno stato e l.altro facendo nascere popoli di serie a e di serie b

    • Il problema della ” incoerenza ” nei trattati non deriva da una contraddizione in linea di principio , ma dall’incapacità di adeguare i trattati successivi a quelli fondanti ai cambiamenti imposti dal ciclo economico e dalla “rivoluzione” imposta dalla globalizzazione.
      Si tratta in definitiva di errori di previsione aggravati da un’ingessatura neo liberista che fa avvitare la crisi in modo colpevole, almeno fino ad oggi

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