La sfida da affrontare adesso

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La sfida da affrontare adesso è l’incertezza e la sfiducia del mercato interno,ricordando che il mercato interno non è fatto solo di imprenditori che non investono, ma anche di lavoratori che non consumano.

Se facilitare i licenziamenti servisse ad aumentare il profitto degli imprenditori si potrebbe sperare che finalmente si stia facendo qualcosa contro la crisi. Se impedendo il reintegro dei licenziati ingiustamente si aumentasse la fiducia dei consumatori nel futuro potremmo credere di essere nella direzione giusta.

Se invece non è così, cui prodest?

A chi giova  costringerci a fare adesso una riforma che può fiaccare la domanda in Italia rendendo precaria l’esistenza anche ai cinquantenni?

La risposta può essere solo una: giova a quella destra neo liberista che ci ha portato in questa crisi e che non ne vuole la responsabilità.

Il fatto che non si sia riusciti a dare il diritto al lavoro ai giovani non significa che il lavoro non è un diritto. Significa invece che non si fanno le politiche   d’investimento pubblico indispensabili per distruggere la disoccupazione e per rilanciare i consumi.

Negli Stati Uniti l’American Recovery and Reconstruction Act ha stanziato 700 miliardi di dollari dopo la crisi del 2008 e il premio Nobel Krugman ha scritto che sono troppo pochi.

In Europa si fantastica su investimenti di 200 mld di euro come se fossero un rimedio esagerato contro una crisi che sta distruggendo interi sistemi economici da 5 anni, ma non si sa nemmeno a chi verranno dati, visto che in passato i paesi che non hanno aderito all’euro pur non avendo fatto i sacrifici di chi ha aderito all’euro e pur rappresentando meno del 43 per cento della popolazione hanno ricevuto più del 52 per cento dei finanziamenti del Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale da soli .

A chi giova spostare l’attenzione dell’opinione pubblica da tema drammatico di una crisi ormai fuori controllo, contro il capro espiatorio della sinistra italiana? Non certo a chi vuole che l’Unione Europea si concentri sulla sua missione storica di coesione economica e sociale.

Molto probabilmente il nostro presidente penserà di ottenere la fiducia dai mercati finanziari e da quei poteri che hanno imposto un patto di stabilità assurdo ed ormai incompatibile con gli art 120 e 3 del trattato UE, ma farebbe bene ad aggredire la destra liberista che ci ha portati in questa situazione e che non smetterà di speculare sulle nostre divisioni fino a quando non impareremo a difenderci davvero.

Prof. Michele Partesotti

we can

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Quali licenziamenti ?

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Il modo di produrre taylorista ha portato conseguenze gravi sia dal lato della produzione, con l’incapacità di rinnovare prontamente i modelli e la conseguente periodica tendenza alla sovrapproduzione, ma soprattutto dal lato dei diritti dei lavoratori con situazione di pesantissimo sfruttamento per realizzare il modello “scientifico” di produttività, tra l’altro anche a scapito dell’ambiente e spessissimo della sicurezza sul luogo di lavoro.

L’esigenza di ottimizzare l’utilizzo delle risorse non deve perdere di vista quella di cambiare spesso le produzioni e quella di valorizzare le competenze e l’esperienza delle persone, nel rispetto della sicurezza, dell’ambiente e della dignità dei lavoratori.

Questi obiettivi, proprio perché irrinunciabili, richiedono un’azione combinata dal lato della politica economica interna ed internazionale, per la protezione dei nostri costumi di civiltà contro l’aggressione di produttori che operano al di fuori di ogni regola, ma anche per la regolamentazione puntuale ed efficace dei diritti dei lavoratori compatibile con le esigenze della produzione in un ambiente a misura d’uomo, ma all’interno di un mercato competitivo.

Un modo oggi necessario per rendere efficace la tutela del diritto al lavoro senza per questo compromettere la capacità di introdurre modi nuovi di produrre, indispensabili per restare dentro al mercato, è quello di affiancare al giustificato motivo ed alla giusta causa i comportamenti di rifiuto verso le esigenze di cooperazione nell’ambiente di lavoro, per arrivare anche a rimuovere quei lavoratori che si oppongono per il proprio tornaconto personale o per manifesta incapacità a qualsiasi tentativo di miglioramento.

Si tratta d’introdurre il concetto di incapacità ed incompetenza tra i motivi che possono portare al licenziamento senza il diritto al reintegro, naturalmente senza toccare i diritti di lavoratori che abbiano qualsiasi tipo di incapacità per invalidità, maternità o disagi sociali accertati.

 

Prof. Michele Partesottilavativo

Abbondanza

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Iabbonanza

Le rivoluzioni industriali tecnologiche e digitali hanno permesso di aumentare i profitti e gli extra profitti in molti comparti industriali e commerciali privati in modo grandissimo, grazie a riduzioni di costi nei processi produttivi e ad un generale aumento del valore aggiunto di tutti i prodotti industriali; in seguito le delocaliz-zazioni in paesi con mano d’opera a costo vicino allo zero hanno aumentato ulteriormente i margini di profitto.

Ma allora perché non diventiamo tutti più ricchi ?

Se la ricchezza non si vede non è perché non viene prodotta, ma perché viene anch’essa delocalizzata in paesi dove diventa invisibile : negli ultimi decenni le crisi che si sono ripetute dagli anni 90 hanno portato ad accumulare grandissime ricchezze spostate in tempo reale attraverso i mercati finanziari sotto forma di titoli e depositi dematerializzati.

Come rispondere al ritorno della depressione ?

Come scrisse J.M. Keynes per dare una risposta alla depressione degli anni 30:

“la scuola che crede nella capacità del sistema di autoregolarsi sta assumendo in realtà che il tasso d’interesse si aggiusta più o meno automaticamente così da incoraggiare proprio quell’ammontare di beni capitali necessario a tenere i nostri redditi al massimo livello che le nostre energie,la nostra organizzazione , la nostra conoscenza di come produrre efficientemente siano in grado di provvedere… 

Nel lungo periodo il benessere economico e sociale sarà incrementato da una politica che tenda a rendere i beni capitali abbondanti…

…occorre cercare di aumentare la quota del reddito che va a coloro che potranno godere di un maggiore benessere economico avendo la possibilità di consumare di più ”

Credo pertanto che le riforme strutturali debbano investire proprio la BCE ed il suo Statuto, perchè essa deve diventare il braccio delle politiche economiche decise da chi esercita legittimamente il potere d’indirizzo: il Consiglio d’Europa ed il Parlamento, e non viceversa.

In ogni modo il problema della gestione dell’ euro è complessa, molto più di quella del del dollaro dove la Federal Reserve ha anche istituzionalmente la funzione di sostenere le politiche economiche decise dal Presidente.

La situazione dell’Europa è complicata dal fatto che abbiamo paesi che risentono con tempi ed in modi diversi del ciclo economico per cui ad es. la politica monetaria congeniale adesso alla Germania è devastante per l’Italia e viceversa.

 Le risposte a questo problema possono essere sostanzialmente 2 :

1)  lasciar prevalere il soggetto più forte e conseguentemente distruggere buona parte della ricchezza che produceva quello più debole

2)  gestire la moneta con flessibilità , incrementando i prestiti per investimenti nelle aree soggette a declino in modo massiccio e tempestivo, aggiungendo anche maggior controllo sui flussi di capitali per incoraggiare investimenti esterni e per frenare la grande speculazione.

A questo io aggiungerei anche una collaborazione più intensa che lasci però maggiore autonomia alle Banche Centrali Nazionali nell’erogazione di prestiti sul mercato secondario (entro limiti concordati con la BCE), acquistando titoli emessi da imprese e da cooperative, un po’ come ha fatto la FED recentemente per neutralizzare la tendenza delle banche ad azzerare il credito alle aziende proprio quando esse ne hanno più bisogno, nei momenti di crisi, quando essa ha operato sul mercato secondario dei titoli:

“In october 2008 the Fed announced that it would being buying commercial paper too, in effect proposing to do the lending the private financial system wouldn’t or couldn’t do “ ( P. Krugman )

Mentre negli Stati Uniti si agisce, in ambito internazionale autorevoli funzionari di istituzioni pubbliche e private promuovono quasi sempre solo le azioni che servono a limitare i rischi che corrono gli speculatori e per tutelare gli interessi dei soggetti creditori, a prescindere dagli effetti su tutti gli altri.

Siamo ad un bivio: i nostri leader grandi e piccoli, la nostra classe dirigente pubblica e privata, di umili origini o nobile che sia, deve scegliere tra sedersi sul proprio potere o far circolare le immense ricchezze che la speculazione ha accumulato in questi anni.

Ce n’è abbastanza per l’Africa povera e per il sud Europa stremato dall’arroganza del nord, per la Russia con le spalle al muro e per l’Ucraina senza speranze, per la Serbia perseguitata e per l’Argentina tagliata fuori, per il Giappone indebitato e per la Gran Bretagna speculatrice, per Israele in bilico sulle persecuzioni e per gli arabi in bilico sulle maledizioni, eccetera eccetera.