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UTOPIA

 

Si devono difendere i costumi di civilta’ sociale che sono il punto di arrivo di mediazioni sofferte nel corso di secoli; il rischio da evitare e’ pero’ quello di cadere nella trappola mortale del mercantilismo, autentico ferro vecchio della delle teorie economiche ,che ci spinge ad essere in conflitto gli uni contro gli altri armati, perche’ attraverso il protezionismo genera un’escalation di azioni e reazioni nazionali ed internazionali.

I buoni costumi della tutela della dignita’ del lavoro e della difesa della natura, dal punto di vista economico, altro non sono che la “moneta buona” che rischia ad ogni passo di essere cacciata dalla “moneta cattiva” delle pratiche produttive e commerciali senza regole.

Nella tradizione civile inglese e’ la consuetudine , radicata nella popolazione, che riesce a far prevalere principi e valori a dispetto della volonta’ prevaricatrice dei tiranni; nella cultura di derivazione latina invece, anche e soprattutto in quella popolare, e’ la legge scritta a fare da baluardo contro le prevaricazioni dei prepotenti.

Quello che mette in crisi sul piano dei rapporti economici entrambi questi orientamenti culturali e sociali e’ l’invasione aliena delle produzioni globali, che si moltiplicano grazie alla crescita con progressione geometrica di una sorta di delocalizzazione di incalcolabili risorse finanziarie.

La creazione di ingentissimi capitali nei fondi della finanza globale genera forze imprevedibili ed incontenibili che da un lato sottraggono le risorse necessarie per lo sviluppo alle economie da cui questi extra profitti provengono, dall’ altro producono la capacita’ di esercitare pressioni politiche che condizionano in modo incontenibile tutti i centri di potere industriali, politici e bancari.

In questo contesto quello che puo’ farci uscire dall’impasse non e’ ne’ il protezionismo ne’ l’autoreferenzialita’, ma e’ paradossalmente proprio l’utopia che abbiamo abbandonato con la distruzione delle cosidette ideologie.

L’utopia e’ pericolosa se perseguita con radicalismo ed integralismo, ma e’ anche la bussola che   puo’ indicarci la direzione da seguire.

Mi riferisco a quello che e’ stato riassunto nello slogan “lavorare meno lavorare tutti” e che meno banalmente significa dare la precedenza alle necessita’ della produzione e del consumo sostenibili rispetto alle pretese dell’accumulazione del capitale: questo significa da un lato accantonare le risorse per rigenerare continuamente la capacita’ produttiva rinnovandola , dall’altro distribuire la ricchezza in modo da dare dignita’ al lavoro ed impulso alla domanda.

Si tratta di applicare i principi costituzionali della funzione sociale dell’iniziativa economica e di progressivita’ nell’imposizione fiscale , che non deve conoscere eccezioni ne’ a favore degli armatori, ne’ a favore dei costruttori di automobili, ne’ tantomeno a favore di chi commercia on line con sede virtuale in paradisi fiscali; gli sconti si possono e si debbono fare, anche in proporzione ingente, a chi investe la maggior parte degli extraprofitti nel territorio ove queste ricchezze sono state prodotte.

Tutto questo puo’ essere realizzato da un potere politico democratico che sappia governare il sistema economico senza subire le pressioni di portatori d’interessi alieni, utilizzando la leva fiscale per favorire gli investimenti ed una politica dei dazi selettiva verso le aziende, per avvantaggiare quelle che rispettano la dignita’ del lavoro e la difesa dell’ambiente.

 

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