Sopravvivere a scuola

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Che l’insegnamento sia altamente impegnativo e spesso stressante non è una novità
In una ricerca datata ma molto rigorosa,elaborta da INPDAP-ASL di MILANO- Univ. Del Piemonte“Avogadro “ intitolata “il giardino dei Getsemani” che prende in considerazione diverse categorie di lavoratori tra cui impiegati, medici, infermieri, addetti al front office etc , gli insegnanti presentano un rischio di patologia psichiatrica doppio rispetto agli altri dipendenti pubblici e la maggior parte di esse sono cause di inabilità al lavoro provocate dall’attività d’insegnamento
Oggi però in più rispetto al passato si pretende per legge dagli insegnanti di accogliere e risolvere tutte le situazioni di svantaggio,economiche ,culturali, linguistiche e sociali in classi sempre più numerose, in strutture sempre meno adeguate, continuando a rivoluzionare i metodi , i programmi ed il materiale didattico, prolungando l’età pensionabile senza pietà e frenando così il necessario turn over generazionale tra gli insegnanti.
A questo si aggiunge anche che la società, le famiglie ed i giovani rifiutano qualsiasi forma di sanzione sia sotto il profilo culturale nel mondo degli adulti , che sotto quello relazionale nel mondo giovanile. Ecco allora che quello che è successo non deve meravigliare , perchè in certe classi l’insegnante è sottoposto ad uno stillicidio di azioni provocatorie di diversa gravità per cui non basterebbe tutta l’ora per sanzionarle tutte, ma anche quando le si sanziona in certi ambienti spesso non si ottengono risultati, perchè anzi si resta ancora più isolati.

Michele Partesotti

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La valle perduta

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C’era una volta una valle non tanto grande , ma neanche piccola, vicina alle grandi montagne, ma non lontana dalla grande pianura. In questa valle le colline partono da Montecchio Maggiore, ancora dominata dal  Castello dei Montecchi, e a poco a poco diventano montagne, crescendo in altezza fino a formare un massiccio roccioso, famoso per le gesta eroiche dei nostri soldati che tra milioni di indicibili sofferenze non lasciarono mai avanzare di un metro il nemico: il Pasubio. Giù da queste montagne scorre l’Agno ,che parte da Recoaro celebre per le  acque e passa da Valdagno da dove il Conte Gaetano Marzotto , a capo nell’ottocento di un’impresa che si fregiava del titolo di “Ente morale”, fece costruire una ferrovia per collegare le sue fabbriche ed il suo paese a Vicenza.  In questa valle fino a metà degli anni ottanta passava una statale lunga e dritta , fiancheggiata da una ferrovia su cui transitava un treno piccolo , ma efficiente, che si fermava nelle sue stazioncine in stile alpino; dopo la guerra questa valle era ancora costellata di case padronali d’epoca rinascimentale. Nel frattempo però le concerie di Trissino avevano continuato ad acquisire quote di mercato grazie anche al fatto che la Germania aveva rinunciato alle sue quote di produzione della pelle, considerando l’attività conciaria troppo inquinante. Neggi stessi anni la Miteni scaricava inquinanti che avvelenavano le falde giù fino a Cologna Veneta. In questo contesto culturale e politico viene smantellata la ferrovia fatta dai Marzotto . Per allargare la strada? No, la strada principale non cambia . Nel decennio successivo però, negli anni 90 viene iniziata una superstrada sulla sinistra dell’Agno che parte da Valdagno e che si ferma inspiegabilmente dopo circa 10 km senza nessun raccordo con la statale, dopo essere passata sotto l’abitato di Cornedo Vicentino. Dopo il 2000 poi viene iniziata un’altra superstrada che inizia da Montecchio Maggiore , ma si ferma anch’essa dopo circa 10 km ricongiungendosi alla vecchia statale vicino a Trissino. Poi viene iniziata la pedemontana ed è un tripudio di gigantesche rotatorie che si sussueguono a circa un chilometro l’una dall’altra a comnciare da Trissino per arrivare a Valdagno, per più di dieci chilometri lungo la vecchia statale che si trasforma da lungo rettilineo in una serie pazzesca di tornanti.  Naturalmente non manca un gigantesco nuovo raccordo autostradale a Montecchio maggiore con le relative altrettanto gigantesche rotatorie. Tutto questo avveniva e continua ad avvenire in una valle abitata da laboriosissimi ed attivissimi cittadini veneti, convintissimi di essere ben governati anche perchè lungo tutta la valle circola un solo giornale e la gente è troppo occupata nei suoi affari per occuparsi anche di politica .

Michele Partesotti

Perchè aliquote diverse?

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Con la progressività delle imposte si compensano le detassazioni per i redditi più bassi in modo semplice ed efficace. Si tratta di una necessità, oltre che di una regola dettata dalla Costituzione.La detassazione dei redditi più bassi , c.d. no tax area, è uno strumento di equità che se viene applicato anche alla piccola proprietà immobiliare ed alle piccole imprese artigiane può consentire a chi ha pochi mezzi il mantenimento del patrimonio immobiliare avuto in eredità o, nel caso di piccoli artigianio, la sopravvivenza di attività di valore. Per farlo è però necessario applicare una tassazione progressiva anche su imposte come l’IMU e l’IRES, perchè la situazione contabile dello Stato  così come la necessità di sempre di compensare le uscite con le entrate possono essere realizzate bene ed immediatamente con l’applicazione della progressività delle aliquote, intesa anche come una scelta di solidarietà utile per salvare un patrimonio produttivo ed immobiliare insostituible.

OK IL DISTRETTO VERTICALE DIFFUSO

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Una azienda , caratterizzata da un modello organizzativo e da una filosofia del lavoro in cui tutti si immedesimano senza sapere cosa stanno producendo, in un contesto di lavoro che riempie tutta l’esistenza. Un’azienda che produce dallo spremiagrumi, al decoder, dal frigorifero alla lavastoviglie per esportare in tutto il mondo. Una produzione che non e’ localizzata in base alla collocazione nel territorio , ma  che invece si caratterizza per la forte capacita’ di penetrazione commerciale, con prodotti semplici, affidabili e low cost. Chi ha ideato tutto questo ha sintetizzato tre modelli: il distretto italiano caratterizzato dall’identita’ nella specializzione di filiera, l’azienda giapponese di dimensioni globali che produce dalla pellicola per foto all’auto da corsa, la societa’ di servizi USA capace di sbaragliare tutti i concorrenti con il low cost: OK !

Quando si produce nella UE, pero’, si va incontro a controlli che riguardano la sicurezza, a regole che riguardano la salute, a limiti che riguardano le immissioni nell’aria e nell’acqua, alla tutela della dignita’ del lavoro, etc

Ok per il capitale, ok per il mercato , ok forse per la tecnologia, ma il lavoro e’ ok? La natura e’ ok?

Prof. Michele Partesotti

LA RIFORMA DA RIFORMARE

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A proposito di riforme urgenti il primo passo da fare è quello di cambiare le riforme che non hanno funzionato bene.

L’esempio di riforma con effetti  piu’ insodisfacenti  è quella del mercato del lavoro in cui una parte considerevole dei giovani è disoccupata o sotto occupata, con gravissime conseguenze sul piano umano, demografico, macroeconomico e socio/politico. Questo fatto è evidenziato anche dai dati sulla bassa partecipazione della popolazione al mercato del lavoro soprattutto tra i giovani; infatti l’Italia ha un tasso più basso di labour force participation rate (LFPR) che è del 64. 9%, contro una media superiore al 70% in FR, ES e D, oltre che un numero elevato di NEET  (Not Employed or Engaged in Training)

A questo proposito inoltre sono significativi i dati della ricerca sul mercato del lavoro italiano pubblicati da Banca d’Italia (1) dai quali si ricava che esiste un collegamento negli anni tra il 2004 ed il 2016 tra le riforme pensionistiche e lo spostamento dell’occupazione a favore della fascia di età tra i 55 ed i 64 anni, in danno alle fasce più giovani tra i  15 ed i 24 anni e tra i 24 ed i 34 anni.

Dalla lettura di questa tavola emerge infatti che mentre la riforma pensionistica provoca subito un aumento degli occupati tra gli over 50, sull’ occupazione dei giovani   la ricaduta e’ negativa, poichè la riduzione dell’occupazione nei passati 12 anni è particolarmente forte tra i più giovani.

Chi sostiene che il maggior impiego di lavoratori anziani non avviene in danno dell’occupazione giovanile non tien conto dei NEET (Not Employed or Engaged in Training) e dei dati complessivi sul LFPR (labour force participation rate) che includono anche le fasce di sotto occupazione e di disoccupazione fino a 35 anni 

Nella tabella qua sotto riportata (1) ho evidenziato i dati per le fasce di età nelle quali è stata maggiore la variazione degli occupati a cavallo della crisi.

Come detto da questa analisi emerge che, nella fascia di età tra i 15 ed i 24 anni c’è stato un tracollo dell’occupazione a partire dal 2008 e che questa emorragia si è aggravata anche nel 2016.

Lo stesso dicasi anche per l’età dai 25 ai 34 , anche se in tono meno accentuato.

Per converso si ha un fortissimo incremento degli occupati tra gli over 55 proprio in occasione dell’applicazione della riforma del sistema pensionistico, a partire dal 2011.

Di conseguenza e’ necessario sottolineare che una riflessione sull’evoluzione del mercato del lavoro in questo periodo fa comprendere come l’assioma secondo cui il blocco del turn over e l’aumento dell’età pensionistica non hanno nessun collegamento con la disoccupazione giovanile sia smentito drammaticamente dai numeri, poiché è proprio nel periodo del blocco del turn over e della riforma dell’allungamento dell’età della pensione che l’occupazione tra i più giovani come detto scende , mentre tra i più anziani aumenta in modo molto considerevole.

Ecco che l’assunto su cui si basa la politica pensionistica  secondo cui “nei dati la sostituibilità tra lavoratori giovani e anziani proprio non esiste.”(Tito Boeri e Vincenzo Galasso  24.05.13) oggi non e’ sostenibile perche’ arriva a negare semplicemente la realtà dei fatti.

Table 1a: Labour force participation by demographic groups, Italy

2004 2008 2011 2016 2004 2008 2011 2016 Change 2004-2008 Change 2008-2011 Change 2016-2011
Participation rate (P_gt) Share population (w_gt) Effect Effect Effect Effect Effect Effect
ΔP_gt Δw_gt ΔP_gt Δw_gt ΔP_gt Δw_gt
Total 62.6 62.9 62.1 64.9 100.0 100.0 100.0 100.0
Age classes
15-24 35.7 30.7 27.1 26.6 15.9 15.4 15.3 15.2 -0.8 -0.2 -0.6 0.0 -0.1 0.0
25-34 78.0 76.9 73.9 73.2 22.3 20.3 18.6 17.4 -0.2 -1.5 -0.6 -1.3 -0.1 -0.8
35-44 81.1 80.8 79.9 80.7 23.8 24.7 24.3 22.6 -0.1 0.7 -0.2 -0.3 0.2 -1.4
45-54 72.8 76.0 76.0 77.5 19.8 21.1 22.6 24.9 0.6 1.0 0.0 1.2 0.3 1.7
55-64 31.9 35.4 39.3 53.4 18.2 18.5 19.2 19.9 0.6 0.1 0.7 0.3 2.7 0.4
Total 0.1 0.1 -0.7 -0.1 3.0 -0.1
Gender
Men 74.5 74.3 72.8 74.8 49.8 49.8 49.6 49.8 -0.1 0.0 -0.7 -0.1 1.0 0.1
Women 50.8 51.6 51.4 55.2 50.2 50.2 50.4 50.2 0.4 0.0 -0.1 0.1 1.9 -0.1
Total 0.3 0.0 -0.8 0.0 2.9 0.0
Citizenship
Native 62.2 62.2 61.3 64.3 96.2 93.5 91.7 89.7 0.0 -1.7 -0.9 -1.1 2.8 -1.3
Migrant 74.2 73.2 70.9 70.4 3.8 6.5 8.3 10.3 0.0 2.0 -0.1 1.3 0.0 1.4
Total 0.0 0.3 -1.0 0.2 2.8 0.1
Education
Less than secondary 51.7 50.0 48.6 51.2 52.2 47.9 45.5 42.0 -0.9 -2.2 -0.7 -1.2 1.2 -1.8
Secondary 71.8 72.3 70.6 71.8 37.8 39.5 41.4 42.4 0.2 1.2 -0.7 1.4 0.5 0.7
Post-secondary 85.0 82.3 81.5 83.3 10.0 12.7 13.2 15.6 -0.3 2.2 -0.1 0.4 0.2 2.0
Total -1.0 1.2 -1.5 0.6 1.9 0.9

Source: Italian LFS. Due to some rounding effects and for some missing values in the questionnaire (due to non-response) the numbers on bold do not always exactly sum up to the LFPR change in the considered periods.

(1) Banca d’Italia -Questioni di Economia (Occasional Papers) – by Marta De Philippis

The dynamics of the Italian labour force participation rate:determinants and implications for the employment and unemployment  rate

Si tratta di considerazioni importanti perché l’assunto citato qui sopra è, in buona sostanza, quello a cui si sono ispirate le ultime politiche e riforme in materia previdenziale e di riforma del mercato del lavoro.

Le riforme del sistema pensionistico e del mercato del lavoro non  stanno contribuendo ad evitare che quasi la meta’ di una generazione di giovani affondi nell’ incertezza del presente e che si arrivi di conseguenza ad impoverire drammaticamente di persone giovani ( c.d.risorse umane) , nonche’ di energie morali e materiali il sistema .

 Michele Partesotti

Autonomia , identità e unità

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Per evitare di utilizzare la sussidiarieta’ come una clava, facendo rientrare dalla finestra cio’ che si e’ fatto uscire dalla porta (il centralismo), per tenere insieme l’autonomia delle regioni e l’unita’ del paese,unita’ intesa come identita’ culturale e come coesione economica e sociale, lo strumento normativo da utilizzare e’ quello delle leggi cornice,potenziate in guisa di direttive, emanate dallo stato verso le regioni.

C’e’ da ricordare che le leggi cornice esistono anche nella Rep. Fed. Tedesca e permettono di dare alle regioni un indirizzo comune nelle loro legislazioni,

In Germania nelle materie a legislazione concorrente le regioni esercitano la loro potesta’ se e quando lo stato non la esercita a sua volta, per cui si mantiene una superiorita’ gerarchica delle norme statali, tanto e’ vero che nelle materie di competenza concorrente lo stato fa leggi in via esclusiva tutte le volte che e’ nell’interesse dell’unita’ giuridica ed economica del paese

Se uno stato bene organizzato e basato su un ordinamento a carattere federale  prevede la possibilita’ dell’intervento centrale, sia attraverso leggi cornice, sia attraverso leggi federali , anche su materie di competenza delle regioni, il motivo dipende dalla necessita’ di un coordinamento attivo delle norme regionali, in modo che sempre ci sia una copertura normativa.

Nella realta’ italiana da   quando e’ stata approvata la riforma del 2001 si sono moltiplicati i conflitti tra stato e regioni , soprattutto sulle materie a legislazione concorrente, evidentemente perche’ lo stato non usa lo strumento delle leggi cornice o perche’ questo strumento va potenziato.D’altro canto l’Unione Europea usa due strumenti per dare “copertura normativa” ai Trattati: le direttive e la sussidiarieta’.

Riguardo la sussidiarieta’ e’ interessante notare come ancora in Germania il principio della sussidiarieta’ non venga esercitato in senso verticale dall’alto, come avviene appunto nella UE, ma bensi’ dal basso, con l’intervento normativo dei lander in assenza di una norma centrale, (art 72 cost rep. fed.), fino a quando lo stato centrale lo consente.

Questa modalita’ e’ senz’altro meno verticistica di quella adottata dalla UE e permette una maggiore aderenza delle iniziative alle esigenze del territorio.

In Italia purtroppo, le diverse politiche che le regioni possono fare grazie alla maggiore autonomia non hanno giovato ne’alle attivita’ turistiche, dove solo l’intervento del governo centrale sta rilanciando il settore, ne’ al trasporto pubblico dove ad es. per garantire il servizio bus in italia sono dovute intervenire le ferrovie dello stato , ne’ in agricoltura , dove siamo sempre in difficolta’ nell’ utilizzare i fondi europei della PAC, etc.

Lo strumento delle direttive , emanate dal Parlamento per armonizzare le norme regionali, ci puo’ permettere anche di dare impulso alla produzione normativa locale senza interventi troppo invasivi , anche prendendo spunto dalle  norme delle regioni piu’ avanzate, oppure aiutando le regioni a coordinarsi in attivita’ diffuse su tutto il territorio come l’agricoltura, il turismo, il trasporto locale, lo stoccaggio dei rifiuti, la produzione di energia, la gestione delle risorse idriche, etc.

In conclusione una maggiore autonomia alle regioni , senza strumenti di coordianmento aggraverebbe lo scollamento tra nord e sud e ,in materie come l’istruzione, avrebbe un grande impatto sul modo di sentire l’identita’ culturale italiana da parte delle future generazioni.

Prof. Michele Partesotti